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The Apprentice, la recensione del film su Donald Trump
The Apprentice racconta le vicende di un giovane Donald Trump mentre cerca di emergere all’interno del mondo imprenditoriale americano alla fine degli anni ’70.
Donald Trump, ex presidente USA, potrebbe essere riconfermato per questo ruolo a novembre contro Kamala Harris. Si tratta dello stesso Donald Trump che durante tutto il film del regista iraniano Ali Abbasi (Border – Creature di confine, Holy Spider), scherza sul fatto che sarà molto difficile che si candidi il politica, anche perché a detta sua “i politici americani sono tutti degli imbecilli e dei corrotti”, sempre pronti a calare le brache di fronte al potere, aggiungo io.
Questo interessante film, infatti, ha un importante tesi di fondo: il potere del privato negli USA supera il potere dello Stato.
The Apprentice, la trama
Siamo alla metà degli anni ’70, la famiglia Trump ha una serie di problemi con lo Stato per via di alcuni comportamenti illeciti da parte della loro attività. Il giovane Donald vorrebbe allo stesso tempo realizzare dei progetti particolarmente ambiziosi ma bloccati da una serie di ostacoli burocratici non indifferenti.
Il giovane imprenditore fa così la conoscenza di uno spietato avvocato, Roy Cohn, interpretato magistralmente da Jeremy Strong, persona con una brutta fama e con degli agganci particolarmente importanti con la malavita newyorkese. L’avvocato lo aiuterà così a risolvere i suoi problemi e gli insegnerà poi tutti i segreti per diventare un imprenditore di successo, spietato, insensibile ed egoista.
Donald Trump, il McGuffin
Il McGuffin di hitchcockiana memoria è una falsa pista, un pretesto che usa il regista per poi arrivare a parlare di altro, per parlare di ciò che gli interessa di più trasmettere allo spettatore. In Psyco il McGuffin è la valigetta con il denaro, un pretesto per portare Janet Leigh al Bates Motel. Ne La finestra sul cortile il McGuffin è invece la gamba rotta del protagonista interpretato da James Stuart, pretesto per bloccarlo ad una carrozzina e fargli quindi venire l’idea di spiare i suoi vicini per passare il tempo.
In The Apprentice il McGuffin è proprio il personaggio di Donald Trump. Abbasi usa come pretesto l’idea di fare un film sull’ex presidente americano e su come sia diventato un grande imprenditore per parlare in realtà del marcio che si nasconde sotto alla grande imprenditoria americana e, in generale, nei meandri del capitalismo occidentale.
Il film poteva benissimo raccontare la storia di un qualsiasi altro grosso miliardario e avrebbe funzionato allo stesso modo. Non è importante chi sia il soggetto, Trump o qualcun altro, ciò che conta è che l’ambiente marcio e solo apparentemente bello e grandioso in cui opera è sempre lo stesso.
Non semplicemente un film sul passato di Donald Trump quindi, ma un racconto di come funziona l’imprenditoria americana ad alti livelli, su come il ricco medio americano sia uno sfruttatore, uno stupido, un ignorante e soprattutto un individualista. Abbasi firma una spietata critica al capitalismo, descritto come una vasca i squali in cui il più grande distrugge il più piccolo.

La regia di The Apprentice
La regia del film adotta completamente uno stile documentaristico, estraneo alla fiction e del tutto antispettacolare. Sembra veramente di assistere a un documentario sugli Stati Uniti alla fine degli anni ’70 e non a un film di finzione. La regia è ricca di zoomate con frequenti cambi di inquadratura anche ravvicinati e sullo stesso soggetto, elemento ricorrente proprio nei documentari.
L’idea di Ali Abbasi è proprio quella di raccontare qualcosa nel modo più realistico e verosimile possibile. Certamente in questo modo il coinvolgimento dello spettatore alla lunga diminuisce ma altrettanto sicuramente il realismo della messa in scena aumenta.
Questo non è il migliore mondo possibile
Queste parole, urlate da Giovanni Lindo Ferretti nella canzone U. N. dei CCCP, stanno a indicare che non è vero che quello in cui viviamo è il migliore di mondi, o dei sistemi economici, possibili. Sicuramente esiste un’alternativa alla corruzione e allo sfruttamento che racconta il film.
La critica al capitalismo ma anche alla politica corrotta che si piega al volere del privato è presente in tutta la pellicola. Basterebbero i dialoghi dei primi 5 minuti in cui Trump fa la conoscenza dell’avvocato Roy Cohn per capire come funzionano le cose in America: se ci sono problemi da risolvere si fa affidamento a certe amicizie italoamericane (sicuramente non dei pizzaioli di Little Italy), se bisogna raggiungere un obbiettivo ma lo Stato ci è avverso basta portare avanti uno sporco ricatto tirando in ballo la vita privata delle persone (tutti abbiamo il nostro scheletro nell’armadio) o, in alternativa, corrompere sempre tutti.
Il privato ha dei poteri che lo Stato non ha e quindi negli USA il divario tra le due realtà è chiaro ed evidente, come è evidente chi conta di più e chi conta invece di meno.
Conclusioni
Per concludere possiamo dire che The Apprentice funziona benissimo coma critica al capitalismo americano e forse un po’ meno come film su Donald Trump, mentre lo stile documentaristico utilizzato funziona ma alla lunga rischia di appesantire il racconto. Gli attori sono molto bravi, Jeremy Strong su tutti, e la scrittura funziona.
The Apprentice è un film aggressivo, feroce e spietato come le vicende e i personaggi che vuole raccontare. Oggi più che mai abbiamo bisogno di film come questo, che ci riportino alla realtà e ci allontanino, almeno per un paio d’ore, dall’apparente bellezza e funzionalità del capitalismo occidentale.

