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Cent’anni di solitudine – Parte 1, Macondo prende vita su Netflix
Cent’anni di solitudine, la nuova serie Netflix tratta dall’omonimo libro di Gabriel García Márquez, trasporta sul piccolo schermo tutta la magia di Macondo.
“Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio.”
È con queste parole che il premio Nobel per la letteratura, Gabriel García Márquez, apre quello che da lui stesso è stato definito il romanzo della sua vita. Diciotto mesi di scrittura febbrile, come lui stesso scriverà all’amico Plinio Apuleyo Mendoza: “Non mi sono mai sentito meglio: mi esce tutto a fiumi”.
Ed è proprio con queste parole che inizia anche l’omonima serie televisiva, Cent’anni di solitudine, prodotta da Netflix.
Una produzione colossale – la più grande mai fatta in America Latina –, che si è preposta l’obiettivo di trasportare sul piccolo schermo uno dei capolavori della letteratura, intriso di nascosti riferimenti culturali; reso reale in uno spazio e un tempo non definibili, con quel realismo magico che Márquez ha usato per mescolare le linee di sogno e realtà, concretezza e mistero, scienza e magia.
Cent’anni di solitudine, la trama
La serie Netflix Cent’anni di solitudine, divisa in due parti – la prima uscita lo scorso 11 dicembre e la seconda disponibile a partire dal 2025 -, segue le vicende della famiglia Buendía di generazione in generazione.
I capostipiti sono José Arcadio Buendía e Úrsula Iguarán, novelli sposi, rei di essere cugini, che vivono con una maledizione che pende su di loro come la spada di Damocle: dalla loro discendenza, prima o poi, nascerà un figlio con la coda di maiale.
Il fulcro scatenante di tutti gli eventi è una battuta infelice sulla vita sessuale dei novelli sposi, pronunciata da Fulgencio Aguilar. José, in un quasi definibile delitto d’onore, lo ucciderà. È la presenza costante del fantasma di Fulgencio, che si aggira tra le mura della loro casa con uno sguardo triste e di rimpianto, a costringere José e Úrsula a decidere di andarsene.
Seguiti da un gruppo di ventuno amici, iniziano così il viaggio alla ricerca del mare oltre la serra, allo scopo di scacciare le loro paure e quelle dei loro antenati.
Un viaggio costellato di peripezie, lungo e faticoso, che alla fine sembra quasi un cammino in circolo – tema ricorrente nella famiglia Buendía.
Sarà un sogno premonitore a indicare a José Arcadio dove fermarsi e dove fondare quella città dal nome insignificante, che rimarrà per anni appartata dal mondo, dove tutto è possibile e impossibile allo stesso tempo; una città che, per anni, nemmeno la morte conoscerà. È così che nasce Macondo.
Il primo a nascere nella città sarà il secondo genito di José e Úrsula: Aureliano, quello che poi sarà il colonnello Aureliano Buendía.
Per anni, l’unico contatto con il mondo esterno, per gli abitanti di Macondo, è rappresentato dai gitani guidati da Melquíades. Sono loro che portano nella città sperduta tra la foresta la magia, la scienza, la navigazione e l’alchimia.
La storia della famiglia Buendía è un circolo continuo, una dinastia condannata a commettere sempre gli stessi errori, tra scelte sbagliate, adulteri, incesti e folli passioni; una dinastia condannata a cent’anni di solitudine.

Cent’anni di solitudine, tra libro e serie (spoiler)
È possibile trasportare sul piccolo schermo quello che è da molti considerato il libro più bello mai scritto? È questa la domanda a cui Netflix dà risposta con la serie televisiva di Cent’anni di solitudine.
Sembrava un’impresa impossibile – tanto che lo stesso Márquez rifiutò più volte di cederne i diritti – riuscire a trasportare, con fedeltà, dalle pagine di carta allo schermo una storia così mastodontica, pervasa di realismo magico e popolata da personaggi dalle mille sfaccettature.
Con una produzione colossale, la più grande mai realizzata in America Latina, che ha richiesto cinque anni di lavoro e sedici mesi di riprese, la serie Netflix è, effettivamente, riuscita nell’impresa di portare sullo schermo la bellezza e l’atmosfera magica del romanzo, costruendo di fronte ai nostri occhi un mondo complesso e vivido.
Episodio dopo episodio, ogni personaggio, dialogo e inquadratura disegnano fedelmente le vicende della dinastia dei Buendía, i suoi trionfi e la sua tragica caduta.
I registi Alex García López e Laura Mora si sono soffermati sugli spazi, dalle visioni acquatiche alla quiete della campagna, lasciando spesso al paesaggio il compito di narrare, per una trasposizione visiva particolarmente suggestiva del romanzo.
Inoltre, hanno saputo rappresentare con delicatezza e senza eccessi la carica erotica del libro, integrandola perfettamente nel racconto più ampio.
Dalla solitudine del titolo, vera tragedia e maledizione di famiglia, all’amore sensuale, definito da José Aureliano come una peste, ogni aspetto della vita è incluso in un disegno più ampio, proprio come nell’opera di Márquez.
Cent’anni di solitudine da giustizia a scene iconiche, che ogni appassionato del romanzo, ha visto e rivisto, nella sua mente: le pagine del misterioso manoscritto scritto da Melquíades che preannuncia quella che sarà la storia e la fine della famiglia Buendía, con l’oroboro, il serpente che si morde la coda a presagio di come questa dinastia sia condannata a commettere sempre gli stessi errori; il sangue che, lentamente, dal cadavere di Josè Arcadio, girando prima in un vicolo, poi in un altro, giunge fino a casa Buendía, dove un’affranta Úrsula è costretta a fare il percorso indietro solo per trovare il cadavere del figlio.
Oppure, ancora, il suggestivo funerale dell’iconico capostipite José Arcadio, circondato da così tanti fiori gialli, che le strade della città risultano sommerse.
Il romanzo, famoso per il suo stile che unisce rigore formale e frasi sontuose, radici classiche e sperimentazione, fa un uso proficuo di prolessi, anticipando in questo modo gli avvenimenti futuri che devono ancora accadere.
La serie decide di adottare lo stesso stile narrativo, dando alla voce narrante fuori campo, il compito di narrare, e anticipare, eventi che ancora devono accadere. Permettendo così, di sentire anche sul piccolo schermo, frasi iconiche del libro.
Un esempio? Proprio il sopracitato incipit che vede il colonnello Aureliano Buendía davanti al plotone di esecuzione. Nella serie tv, Aureliano diverrà colonnello solo nel sesto episodio, e affronterà il plotone d’esecuzione solo nell’ultimo episodio.
The One Hundred Years of Solitude writers room trying to put the events of the novel in chronological order pic.twitter.com/cmY6rhdOEg
— Ana 🇵🇷❤️🇵🇸 (@thebilinguist) December 12, 2024
La vera forza della serie
Cent’anni di solitudine, però, non è solo una saga familiare; è una storia che, in realtà, nasconde molto di più. È il racconto, oltre che di una famiglia, di una nazione: la Colombia.
Attraverso le vicissitudini della dinastia dei Buendía, il mito si intreccia con quasi un secolo di storia colombiana. Da Remedios la bella che ascende al cielo, come nella favola narrata dalla nonna di Márquez, alla Guerra dei mille giorni, fino alla sanguinosa repressione dei lavoratori di banane in sciopero da parte della United Fruit Company; l’opera di Márquez intreccia destini individuali e vicende collettive.
Il vero protagonista è la Colombia e i suoi personaggi, e la serie televisiva Netflix riesce a tenere fede a ciò che Marquez voleva raccontare.
L’autore, quando vinse il Nobel nel 1982, pronunciò un discorso di ringraziamento intitolato La solitudine dell’America Latina, attraverso il quale ripercorse un continente magico e bizzarro, così come lo avevano raccontato i primi esploratori europei che toccarono quelle sponde, fino alle vicende politiche a lui contemporanee.
E il suo discorso si rivolse soprattutto agli europei, perché potessero guardare al Sud America con occhi meno occidentali, per allontanare dalla solitudine a cui sembrava ancora destinata, quella zona del mondo – in uno specchio dei cent’anni di solitudine a cui, invece, sono destinati i Buendía.
Cent’anni di solitudine è stata girata interamente in Colombia, tra Cesar, La Guajira, Magdalena e Alvarado.
Barbara Enríque, a capo della scenografia, ha spiegato a CNN: “Dal punto di vista della scenografia, volevamo creare un set storico rigoroso, per poi inserire gli elementi straordinari all’interno della quotidianità.”
Punto focale della narrazione è la dimora dei Buendía, che evolve nel tempo, riflettendo le vicende familiari.
Come ha osservato Enríque: “La casa è come un altro membro della famiglia. Quando Úrsula è felice, la casa è felice. Quando la città va in guerra, la casa va in guerra.”

La scelta, impossibile, di un cast perfetto
Se la casa dei Buendìa e la stessa Macondo hanno un ruolo chiave nella narrazione della storia, lo stesso, certamente, si può dire dei personaggi che la rendono viva.
Sette generazioni di Buendìa si susseguono l’una all’altra, ognuno diverso dall’altro. La scelta del cast risulta perfetta, riuscendo a dare la giusta interpretazione e caratterizzazione a personaggi che, tutti, almeno una volta, ci siamo già immaginati.
La scelta di attori colombiani è l’ennesima prova di come la produzione sia stata attenta nel dare fedeltà a una narrazione che parla di un popolo e di una nazione in particolare, evitando così inutili e superflui whitewashing.
Anche la scelta di cambiare attori con l’avanzare degli anni, che molto spesso risulta ostica agli spettatori, viene presentata in una sequenza lenta e precisa, che dà tutto il tempo di abituarsi al cambiamento.
Di spicco, sicuramente, risultano le interpretazioni di Maryleda Soto nei panni dell’integerrima capostipite di casa Buendìa, Úrsula Iguarán (il legante tra ogni personaggio), e di Claudio Cataño, nel ruolo di un sofferente e intenso colonnello Aureliano Buendìa.
Just finished watching the TV adaptation of #OneHundredYearsOfSolitude which is one of my favorite books. Really liked the show too!
Posting these oldish drawings I did as an excuse to recommend it!!
(older ursula casting was so close to how i imagined her it was uncanny!) pic.twitter.com/SeiEfEnDSu— sheb 💧 (@shebsart) December 13, 2024
In conclusione
Come scritto da qualcuno sul social network X – per i nostalgici, Twitter:
“Se quest’anno potete guardare una sola serie televisiva, fate in modo che sia Cent’anni di solitudine. È così bella che non voglio guardare nient’altro per un po’: voglio solo immergermi nel retrogusto di una grande storia e di personaggi avvincenti, narrati con una bellezza inquietante.”
La serie televisiva riesce in un’impresa considerata per anni impossibile: quella di dare giustizia e di adattare allo schermo, un libro che ha segnato e definito un genere letterario; che ha incantato milioni di lettori per anni, facendoli immergere nei paesaggi magnifici di Macondo e nelle mirabolanti avventure di casa Buendìa.
Otto episodi da un’ora ciascuno che, con un ritmo che a volte risulta lento, ma mai fastidioso, ci consentono di dimenticarci quale siano le linee di confine tra sogno e realtà, concretezza e mistero, scienza e magia.
Che ci fanno immergere nella solitudine, l’ennesima spada di Damocle che pesa sulla testa di ogni discendente di José Arcadio e Úrsula, perché, d’altronde, le stirpi condannate a cent’anni di solitudine non avevano una seconda opportunità sulla Terra.

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