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Due Spicci, la recensione della nuova serie Netflix di Zerocalcare
Zerocalcare torna su Netflix con Due Spicci: una serie animata tra ironia e dolore che esplora crescita, legami e responsabilità.
Dopo Strappare lungo i bordi e Questo mondo non mi renderà cattivo, Michele Rech torna con una storia che conferma la sua capacità di intrecciare ironia e malinconia, portando lo sguardo sempre più dentro le contraddizioni dell’età adulta.
La miniserie, composta da otto episodi, è scritta e diretta dallo stesso autore e prodotta da Movimenti Production in collaborazione con BAO Publishing. Zerocalcare presta la voce alla maggior parte dei personaggi, mentre Valerio Mastandrea torna nei panni dell’Armadillo. Ne risulta una commedia dolceamara che usa il quotidiano per raccontare ciò che si incrina nel tempo: relazioni, amicizie e responsabilità.
Due Spicci, la trama
Zero si ritrova coinvolto nella gestione di un piccolo locale a Roma insieme a Cinghiale, amico storico e presenza costante del suo passato. Quello che dovrebbe essere un progetto semplice si rivela presto instabile: l’attività non decolla e i conti non tornano.
Quando emerge che Cinghiale ha contratto un debito importante con la criminalità locale, la situazione precipita. Zero si ritrova dentro una vicenda più grande di lui, costretto a mettere in discussione non solo l’amico, ma anche la distanza tra ciò che crediamo di sapere delle persone e ciò che sono davvero.
Parallelamente, Sarah gli chiede di ospitare Smeralda, una ragazza in fuga da una relazione violenta. Per Zero, però, non è una sconosciuta: è un frammento di passato mai chiuso, che riapre dinamiche emotive rimaste sospese
Una storia di debiti
Ed è proprio nel titolo che si nasconde il cuore della serie. Due Spicci sembra indicare qualcosa di piccolo, quasi insignificante. In realtà il racconto procede nella direzione opposta, chiedendo a ogni personaggio di mettere sul tavolo almeno “due spicci” di responsabilità.
I due spicci sono i soldi che mancano, i debiti, le pezze messe in fretta e furia, i favori chiesti senza sapere se potranno essere restituiti. Ma sono anche i debiti morali accumulati negli anni, le omissioni nelle relazioni, le paure mascherate da autoironia e tutti quegli irrisolti che preferiamo lasciare in sospeso invece di affrontare.
Ogni personaggio, a suo modo, presenta un conto aperto. Cinghiale con le proprie scelte, Smeralda con una relazione da cui non riesce a liberarsi, Sarah con le aspettative che hanno accompagnato tutta la sua vita, e Zero con quella continua tendenza a rimandare, analizzare e nascondersi dietro l’ironia invece di affrontare ciò che prova davvero.
Non si può più fare i Goonies
La trovata del debito con la malavita potrebbe sembrare il classico espediente narrativo da crime metropolitano, e la serie si diverte persino a scherzare sulle proprie somiglianze con Suburra. In realtà è soltanto un pretesto per parlare di altro.
Due Spicci racconta il momento in cui ci si accorge che non è più possibile vivere come se tutto fosse provvisorio. Le amicizie restano, ma cambiano. Le responsabilità aumentano. Le scelte producono conseguenze che non possono più essere ignorate o rimandate.
Cinghiale rappresenta perfettamente questo passaggio. Per la prima volta non è soltanto la spalla comica o l’amico sopra le righe: è un uomo che prova disperatamente a tenere insieme famiglia, lavoro e aspettative, finendo schiacciato dal peso delle proprie decisioni.
È forse qui che la serie trova il suo significato più profondo. Non nel debito economico che mette in moto la trama, ma nella presa di coscienza che attraversa tutti i personaggi: arriva un momento in cui bisogna smettere di comportarsi come se si fosse ancora ragazzini.
In altre parole, non si può più fare i Goonies.

Spiegare l’inspiegabile
Zerocalcare riesce ancora una volta in qualcosa di raro: dare forma e parole a emozioni che spesso fatichiamo persino a riconoscere. Attraverso immagini, dialoghi e metafore, racconta sentimenti condivisi da un’intera generazione, trasformando inquietudini personali in esperienze universali.
Le sue storie ci obbligano a guardarci allo specchio, mettendoci di fronte alle nostre fragilità più nascoste. Eppure lo fanno senza giudicare. Al contrario, offrono quella rassicurazione silenziosa di cui molti avrebbero bisogno: la consapevolezza di non essere soli, di non essere gli unici a sentirsi smarriti, inadeguati o fuori posto.
Tra i momenti più intensi della serie spicca il dialogo tra Zero e sua madre. Una scena che arriva come un pugno allo stomaco. Dentro ci sono il senso di inadeguatezza, la pressione di dover essere sempre felici, l’incapacità di spiegare un malessere che sembra non avere una causa precisa. C’è la paura di riversare sugli altri il peso delle proprie insoddisfazioni e, allo stesso tempo, il desiderio di pronunciare una verità difficile: anche quando si è amati, anche quando apparentemente non manca nulla, non sempre si riesce a essere felici.
Ed è proprio qui che Zerocalcare colpisce nel segno. Perché riesce a raccontare ciò che spesso resta bloccato in gola, dando voce a sentimenti che molti conoscono bene ma che pochi riescono davvero a esprimere.
La disfatta di chi doveva farcela
Il personaggio di Sarah prosegue un percorso che Zerocalcare aveva già iniziato a raccontare nelle serie precedenti: quello della disfatta di chi è sempre stato considerato il più bravo. Di chi era sempre un passo avanti agli altri, di chi sembrava avere tutte le risposte e un futuro luminoso già scritto davanti a sé.
Sarah incarna il peso delle aspettative. Quelle degli altri, ma soprattutto quelle che ha costruito per sé stessa. È la bambina promettente che cresce convinta che il talento, l’impegno e la lucidità bastino a garantire una direzione. E invece, arrivata all’età adulta, si ritrova a fare i conti con una dolorosa sensazione di fallimento. A un certo punto arriva persino ad ammettere di non aver fatto nulla della propria vita, come se tutte quelle promesse fossero andate perdute lungo il cammino.
Eppure continua a essere la persona che vede più lontano degli altri. Da bambina era quella capace di cogliere verità semplici e profonde – siamo come fili d’erba – e da adulta resta una sorta di bussola morale per chi la circonda. Ha sempre il consiglio giusto, la parola capace di fare chiarezza, lo sguardo lucido sulle vite altrui.
Ma quella stessa lucidità si infrange quando è costretta a guardare sé stessa.
Se riesce a riconoscere immediatamente la tossicità della relazione tra Smeralda e il suo compagno, non riesce a vedere quella, più sottile e silenziosa, che si annida nella propria vita sentimentale. Giustifica, minimizza, perdona. Rimanda continuamente il momento della resa dei conti, finché non trova finalmente il coraggio di mettere un punto e scegliere sé stessa.
Ti prego possiamo restare comete … per sempre?
Una frase che racchiude tutta la malinconia della serie: il desiderio di conservare intatta l’immagine di ciò che eravamo, anche quando il tempo ci costringe a fare i conti con ciò che siamo diventati.
Hello Darkness, My Old Friend
C’è una sequenza, nel quinto episodio, accompagnata dalle note di The Sound of Silence. Una scena che ha al centro Smeralda e la sua incapacità di spezzare un meccanismo relazionale tossico che continua a trascinarla verso il basso.
Zerocalcare racconta con grande sensibilità uno degli aspetti più difficili da comprendere dall’esterno: il motivo per cui spesso chi vive una relazione violenta o manipolatoria non riesce semplicemente ad andarsene. Non si tratta di debolezza, né di mancanza di consapevolezza. Al contrario, la serie mostra come amore, paura, senso di colpa, speranza e abitudine possano intrecciarsi fino a diventare una gabbia invisibile.
La forza di questa sequenza sta proprio nel suo rifiuto di giudicare. Non cerca colpevoli facili né soluzioni immediate. Mostra invece tutta la complessità di un dolore che si alimenta di continue promesse, ricadute e tentativi di ricominciare.
Ed è forse in momenti come questo che Due Spicci dà il meglio di sé: quando riesce a raccontare fragilità profondamente umane senza trasformarle in lezioni morali, lasciando allo spettatore il compito di riconoscersi, comprendere e, magari, perdonarsi un po’ di più.
Due spicci, l’animazione
Sul piano visivo, Due Spicci rappresenta il punto più alto del percorso animato di Zerocalcare.
Il tratto resta immediatamente riconoscibile, ma guadagna precisione e fluidità. L’animazione 2D paperless e le tecniche cut-out si integrano con naturalezza, mentre gli inserti in stop motion si inseriscono senza interrompere il flusso narrativo.
Il lavoro sui colori di Maurizia Rubino amplia la gamma emotiva della serie, rafforzando sia i momenti più intimi sia quelli più surreali.
La regia di Giorgio Scorza e Davide Rosio alterna dinamiche più frenetiche a pause contemplative, sostenute da una colonna sonora che non accompagna soltanto le immagini, ma le interpreta.
Il risultato finale è una serie che conserva l’identità visiva di Zerocalcare senza rinunciare a una crescita evidente sul piano produttivo. Un’evoluzione che non snatura il materiale di partenza, ma lo rende più ricco, dinamico e cinematografico.
Due spicci, in conclusione
Con Due Spicci, Zerocalcare realizza probabilmente la sua opera animata più compatta e consapevole. Meno esplosiva emotivamente di Strappare lungo i bordi, meno politica di Questo mondo non mi renderà cattivo, ma forse la più matura.
Perché al centro della storia non c’è soltanto la paura di crescere, ma la difficoltà di accettare ciò che il tempo lascia dietro di sé: amicizie che cambiano, promesse che si incrinano, relazioni che finiscono e aspettative che non sempre trovano compimento.
Ancora una volta l’autore romano riesce a raccontare esperienze profondamente personali trasformandole in qualcosa di universale. Senza offrire risposte semplici, ma trovando le parole giuste per descrivere emozioni che spesso restano confuse, irrisolte, difficili da comunicare.
Forse è proprio questa la sua qualità più rara: spiegare l’inspiegabile.
🎬 Valutazione
Regia
★★★★★
Interpretazioni
★★★★★
Storia
★★★★★
Emozioni
★★★★★
🏆 Voto Totale
4.5
★★★★⯨
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