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Revenge

Revenge (2017) di Coralie Fargeat: sangue, simbolismo e rinascita femminile

Recensione di Revenge (2017), il debutto folgorante di Coralie Fargeat: un potente rape-revenge femminista tra sangue, simbolismo e rinascita.

Nel panorama del cinema contemporaneo, pochi esordi sono stati tanto dirompenti quanto Revenge, il debutto alla regia di Coralie Fargeat, già acclamata per The Substance, il body horror che ha scosso Cannes e ridefinito i confini del cinema femminista estremo. Già in questa sua opera prima, la regista francese lascia intravedere i temi che svilupperà in seguito con maggiore maturità, mettendo in scena un’estetica radicale e una poetica potente, capace di fondere l’horror con il simbolismo più viscerale.

Una favola nera tra la sabbia e il sangue

Revenge è, a tutti gli effetti, una favola nera. Non a caso, la trama abbandona presto ogni pretesa di realismo per abbracciare il mito, l’archetipo, la leggenda. La protagonista, Jennifer (una sorprendente Matilda Lutz), è l’amante di Richard, un ricco uomo d’affari francese che la porta in una lussuosa villa nel deserto per un fine settimana di piaceri. Tutto cambia con l’arrivo anticipato di due amici, Stan e Dimitri, e da lì inizia l’incubo. Dopo un’aggressione brutale, Jennifer viene stuprata e lasciata morire impalata su un albero. Ma non muore. Rinasce. Letteralmente.

In questa resurrezione, Fargeat plasma il proprio linguaggio visivo: un mix di estetica patinata e gore estremo. La regia è chirurgica e visionaria, e fa da contraltare a una sceneggiatura traballante, a livello di credibilità,  ma densa di significati. La scena in cui Jennifer cauterizza la ferita con una lattina rovente — marchiata dal simbolo di una fenice — è il cuore pulsante del film: un gesto che oltrepassa la logica fisica per diventare metafora di rinascita e autodeterminazione. Jennifer non è solo sopravvissuta: è rinata, più forte, furiosa, e decisa a vendicarsi.

Revenge

Il genere rape-revenge e la prospettiva femminile

Revenge si inserisce nel filone del rape-revenge movie, un sottogenere nato da opere altissime come La fontana della vergine (1960) di Ingmar Bergman e poi degenerato, negli anni ’70, in exploitation movie controversi come I Spit on Your Grave (1978) di Meir Zarchi. Ma Fargeat compie un ribaltamento fondamentale: per la prima volta, una donna dirige uno di questi film, ponendo lo sguardo dalla parte della vittima, e non dello spettatore voyeuristico.

La regista non si limita a mostrare la violenza — ne denuncia l’insensatezza, ne espone la brutalità, ne mette in discussione il contesto sociale. E lo fa utilizzando proprio gli strumenti del cinema di genere: sangue, eccesso, sopravvivenza impossibile, metafore visive. Invece della classica protagonista pura e angelicata che cerca giustizia, Jennifer diventa un’antieroina spietata, quasi sovrannaturale, una Rambo moderna intrisa di rabbia e resistenza.

Estetica e significato: tra deserti e specchi moderni

Il contrasto tra l’ambiente desertico, rovente e arcaico, e il design ultramoderno della villa di Richard, è più che un semplice gioco estetico. È la rappresentazione visiva dello scontro tra primordiale e civilizzato, tra natura selvaggia e maschilismo patinato. Il deserto, nel suo silenzio assordante, diventa il vero teatro della metamorfosi di Jennifer, mentre la villa — simbolo del potere maschile borghese — si trasforma, nel finale, in un mattatoio rosso sangue.

Il montaggio serrato e la colonna sonora pulsante accentuano questa discesa all’inferno, rendendo Revenge un film che si consuma in un crescendo adrenalinico, dove la tensione non si allenta mai. La fotografia, firmata da Robrecht Heyvaert, immerge lo spettatore in una tavolozza cromatica satura, dove i toni caldi si mescolano al rosso acceso del sangue, costruendo un mondo visivo ipnotico.

Revenge

Revenge e il post-MeToo: un film necessario

Uscito nel 2017, nello stesso anno in cui esplode il caso Weinstein, Revenge è stato inevitabilmente associato al movimento MeToo. Anche se non nasce direttamente da quell’ondata, ne incarna lo spirito: il rifiuto della sottomissione, la rottura della narrazione vittimistica, la rivendicazione della forza e della rabbia femminile. Jennifer non cerca giustizia nei tribunali, né si accontenta di sopravvivere. Jennifer uccide. Con lucidità e determinazione.

Conclusione: un’esplosione di cinema e politica

Revenge è un film brutale, visivamente splendido e tematicamente radicale. Coralie Fargeat firma un’opera che, pur attingendo da un genere codificato e controverso, riesce a rinnovarlo, a piegarlo alla propria visione autoriale e politica. Il risultato è una favola nera postmoderna, che unisce splatter e simbolismo, sensualità e rabbia, cinema e denuncia. Un manifesto femminista sotto forma di survival movie, che lascia il segno — come la lattina della fenice sul ventre della protagonista.

Recensione a quattro stelle su Almanacco Cinema