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The Humans: l’oppressione di una casa

Recensione del film The Humans (2021), debutto alla regia di Stephen Karam: un dramma psicologico teso e claustrofobico che esplora l’animo umano attraverso una cena di famiglia piena di segreti, tensioni e inquietudini.

Dalla scena al grande schermo: la genesi di The Humans

The Humans nasce dalla penna di Stephen Karam, un drammaturgo teatrale che negli anni si è fatto le ossa a Broadway. Dopo essersi costruito un nome a teatro — arrivando per ben due volte tra i finalisti del Premio Pulitzer per la drammaturgia — nel 2014 porta sul palco The Humans, riscuotendo un grande successo di pubblico e critica, che lo porta a vincere un Tony Award come miglior opera teatrale.

È qui che entra in gioco la casa di produzione A24 che, con la solita lungimiranza, gli propone la trasposizione cinematografica della sua opera. Gli viene affidata regia, sceneggiatura e piena libertà creativa, comprese le scelte su cast e troupe. Una scelta coraggiosa, considerando che questo rappresenta il debutto di Stephen Karam alla regia cinematografica.

Una tensione silenziosa: la trama di The Humans

Stephen Karam firma The Humans con una sceneggiatura sbalorditiva. Già in passato aveva avuto a che fare con il cinema, scrivendo prima Speech & Debate (tratto da una sua opera teatrale, con la regia di Dan Harris), e poi Il gabbiano, diretto da Michael Mayer.

Con The Humans, Karam si supera: la trama oscilla tra il drammatico e un horror psicologico che non sfocia mai nello spavento puro, ma che permea l’intera pellicola con una tensione costante e disturbante, lasciando lo spettatore con il fiato sospeso in attesa di un colpo di scena che non arriva mai… fino al climax finale.

La storia segue la famiglia Blake: cinque membri — due genitori, due figlie e la nonna Momo — che si riuniscono per il Ringraziamento nella nuova casa di Brigid, a New York. Qui conosceranno anche Richard, il fidanzato con cui Brigid condivide l’appartamento.

Ogni membro della famiglia sembra però nascondere qualcosa. Tra segreti inconfessabili e vecchie tensioni familiari, i dialoghi — punto di forza della sceneggiatura — sfociano in una cena che diventa il fulcro della narrazione, dove le maschere cadono e i personaggi si rivelano per ciò che sono realmente.

La tensione è resa ancora più inquietante dalla nonna Momo, affetta da un Alzheimer devastante, che con gesti sinistri e imprevedibili aggiunge ulteriore inquietudine. L’appartamento stesso sembra essere un personaggio del film: tra tubature scricchiolanti, perdite d’acqua, muffa e vicini rumorosi, la casa sembra viva, quasi dotata di coscienza. Ci si chiede continuamente se tutto ciò sia reale o se il film stia sfociando nel paranormale.

The Humans è un film che esplora in profondità l’animo umano, attraverso il filtro opprimente di un ambiente domestico che diventa metafora del malessere psicologico.

Regia claustrofobica: Stephen Karam dietro la macchina da presa

Alla sua prima prova da regista, Stephen Karam dimostra una padronanza sorprendente. Dirige l’intera pellicola in un appartamento angusto e claustrofobico, senza mai mostrare l’esterno (eccezion fatta per due brevi inquadrature), accentuando il senso di chiusura e soffocamento.

Emblematica la scena della cena: i personaggi sono seduti attorno al tavolo per circa 30 minuti, mentre la macchina da presa ondeggia avanti e indietro, seguendo i piani d’ascolto e le reazioni, mentre emergono segreti e tensioni.

Anche il modo in cui la camera si muove tra le stanze è da sottolineare: l’appartamento (probabilmente ricostruito in studio) permette a Karam di far scivolare la cinepresa tra pareti e soffitti, seguendo i personaggi senza mai interrompere il flusso narrativo.

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Montaggio fluido e immersivo

Il montaggio di The Humans è minimale e lineare. Il film si sviluppa in tempo reale, senza ellissi temporali: non si perde nemmeno un secondo di questa cena tanto straziante quanto inquietante. I tagli sono morbidi e servono a mantenere il ritmo costante, mentre le uniche sequenze più movimentate coincidono con le riprese dei dettagli inquietanti dell’appartamento.

Il suono come strumento di inquietudine

La colonna sonora è assente, e questa scelta contribuisce ad amplificare la tensione. I rumori ambientali, come gli scricchiolii della casa o i suoni amplificati delle tubature, prendono il posto della musica, rendendo l’atmosfera ancora più opprimente. Questi sound effect sembrano suggerire che la casa respiri, sia viva.

Un cast corale e perfettamente orchestrato

Il cast di The Humans è impeccabile. Sembra quasi che gli attori si sfidino a chi offra l’interpretazione più intensa:

  • Beanie Feldstein è Brigid, la sorella maggiore, afflitta da problemi personali e affettivi.

  • Steven Yeun interpreta Richard, il fidanzato di Brigid, messo alle strette dal padre di famiglia.

  • Richard Jenkins è Erik Blake, patriarca burbero, segnato da un segreto che incombe su tutta la famiglia.

  • Jayne Houdyshell, nei panni della madre Deirdre, è la presenza più dolce e comica… fino al suo sfogo finale, di una potenza emotiva devastante.

  • Amy Schumer è Aimee Blake, la figlia minore, perseguitata da sfortuna e depressione latente.

  • A chiudere il cast, la magnifica June Squibb nei panni della nonna Momo, una presenza inquietante e simbolica.

Un cast perfettamente assortito che sostiene con forza emotiva l’intero impianto del film, rendendolo impossibile da dimenticare.

Conclusioni: l’orrore quotidiano della famiglia Blake in The Humans

The Humans non è un film semplice né consolatorio. È un’opera che lavora in sottrazione, fatta di silenzi, rumori di fondo e sguardi che pesano più delle parole. Stephen Karam, al suo esordio alla regia, dimostra una sensibilità rara nel trattare temi complessi come la fragilità familiare, la malattia, la solitudine e la paura dell’ignoto.

Con una regia asciutta, una sceneggiatura affilata e un cast in stato di grazia, The Humans si impone come un dramma psicologico intenso, a tratti inquietante, che lascia nello spettatore un senso di disagio difficile da scrollarsi di dosso.

È un film che parla del quotidiano ma lo osserva con gli occhi dell’orrore. Non non quello fatto di mostri, ma quello più sottile e reale, che si nasconde nei legami familiari e nelle crepe dell’animo umano. Una visione consigliata a chi cerca un cinema che sappia disturbare senza bisogno di alzare la voce.

Recensione a quattro stelle su Almanacco Cinema