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Rocky

Rocky, la ricetta per un cult intramontabile

Nel 1976 esce nelle sale statunitensi Rocky, film scritto e interpretato da un attore allora esordiente, Sylvester Stallone. In occasione del suo settantottesimo compleanno, proviamo a indagare le origini del mito.

Di storie indimenticabili nel mondo hollywoodiano ce ne sono diverse, ma la parabola ascendente di Sylvester Stallone e del suo Rocky ha qualcosa di speciale. Il film, uscito nel 1976, a sorpresa conquistò tre Oscar, tra cui la statuetta per il Miglior Film.

La produzione fu una vera e propria corsa a ostacoli, sin dalla presentazione ai produttori della sceneggiatura scritta da Stallone stesso. Anche quando le riprese partirono il budget ridotto costrinse a una serie di improvvisazioni e modifiche alle scene. Eppure, il film non solo ha raggiunto un successo imprevisto, ma si è consacrato negli anni come un cult.

Sul social dei cinefili, Letterbox, uno dei primi commenti a Rocky ha oltre tremila likes. L’utente elenca una serie di ragioni per cui dovrebbe odiare un film del genere. Non è americano, non ama la boxe, detesta i melodrammi, non ama Stallone come attore, e non è un fan dei film sportivi. Eppure, lo ama.

E in effetti Rocky è uno di quei film che sembra scavalcare i confini dei generi, delle generazioni e dell’estetica cinematografica. Ma cos’è che ci piace tanto della storia dello Stallone italiano?

Sylvester Stallone: gli inizi

Per provare a comprendere il successo di Rocky bisogna partire dal cuore e dalla mente che l’hanno ideato: Sylvester Stallone. L’attore, nato a New York il 4 luglio del 1946 da una famiglia di origine italiana, negli anni ’70 era un volto praticamente sconosciuto al pubblico americano.

Aveva recitato in piccole produzioni o come comparsa in film più noti. Lo troviamo, per esempio, in un breve cameo al fianco di Jack Lemmon in Prigioniero della seconda strada. Non superò, invece, il provino per Il padrino.

Il primo ruolo accreditato da protagonista fu quello nel film softcore Porno Proibito nel 1970. A distanza di anni Stallone dirà di aver girato quel film a ventitré anni per pura necessità economica. Riceve per tre giorni di riprese un compenso di soli 200 dollari di cui al tempo, però, aveva molto bisogno.

Rocky, Stallone e quella stessa voglia di riscatto

La scintilla del cambiamento scatta il 24 marzo 1975. Sylvester Stallone quella sera assiste all’incontro di pugilato tra Muhammad Alì e il quasi sconosciuto Charlie Wepner. La resistenza di quest’ultimo di fronte al già campione Alì lo ispira, e scrive in tre giorni la prima stesura di Rocky.

La sceneggiatura colpisce positivamente i produttori Robert Chartoff e Irwin Winkler. I due, però, non vogliono che sia Stallone a interpretare il protagonista, prediligendo attori più noti. Nomi come Robert Redford o Burt Reynolds avrebbero garantito da soli un’entrata economica. Stallone, nonostante l’offerta per l’acquisto dei diritti, si impone: o sarà lui a interpretare Rocky, o non venderà lo script.

Si rende conto di avere tra le mani qualcosa di prezioso e punta su sé stesso. Proprio come deve imparare a fare il suo Rocky nel corso del film. E questo è certamente il primo motivo del successo della pellicola. L’interpretazione di Stallone è commovente perché vera e autentica.

L’attore ha familiarità con la frustrazione e la sensazione di non farcela: per un periodo della sua vita racconta persino di aver vissuto in strada. Scrive così una storia che genuinamente conosce, con un personaggio che potrebbe essere un suo alter ego. I suoi occhi malinconici, e il suo volto rassegnato sono tra i fattori più sinceri e quindi più affascinanti del film.

Rocky e Adriana

Rocky è certamente, innanzitutto, un film sull’imparare a credere in sé stessi. Su questo sfondo, però, viene raccontata anche un’insolita storia d’amore tra due personaggi a prima vista inconciliabili. Due outsider, apparentemente già sconfitti dalla vita, che nascondono un’insperata forza interiore.

Rocky, Talia Shire

Adriana, interpretata da Talia Shire, sorella di Francis Ford Coppola, è come Rocky un personaggio che vive ai margini della società. Umiliata continuamente dal fratello Paulie, miglior amico di Rocky, lavora in un negozio di animali. Timidissima, risponde con lo sguardo basso ai tentativi del ragazzo di attaccare bottone con lei. Passerebbe di certo inosservata se non fosse per Rocky che vede in lei qualcosa che lo attrae.

I loro scambi prima che la relazione inizi sono impacciati, goffi, ma forse proprio per questo irresistibili. Il loro imbarazzo è palpabile, così come lo sono però le loro buone intenzioni. Rocky riesce a vedere oltre la timidezza di Adriana, e lei in qualche modo è rapita dalla personalità del pugile.

Quando con dolcezza la relazione inizia lei da anatroccolo diventa cigno e Rocky inizia il suo cammino di crescita. In Adriana, che è tutto fuorché una donna priva di personalità, il pugile trova oltre che l’amore una persona a cui aprire il suo cuore. È a lei che confessa con sincerità le sue paure operando di fatto il primo passo per superarle.

Pensando a Rocky probabilmente la prima cosa che viene in mente non è la love story con Adriana, eppure è un ingrediente cruciale. Rocky e Adriana permettono alle loro solitudini di incontrarsi, si fidano l’uno dell’altra e così facendo rivelano sé stessi agli spettatori. Non ci sono femme fatale o divi bellissimi, non ci sono battute argute né grandi dichiarazioni d’amore, ma soltanto due persone che iniziano timidamente a volersi bene.

La regia: Rocky come San Matteo

Dei tre Oscar vinti dal film diretto da John G. Avildsen uno andò proprio alla Miglior Regia. All’assegnazione ha certamente contribuito l’esordio della steadycam. L’uso della telecamera legata tramite un supporto al corpetto dell’operatore permise una grande dinamicità delle riprese. Esteticamente si trattava di qualcosa di davvero innovativo. Esiste, però, un dettaglio di regia molto sofisticato che forse sfugge a molti.

Una delle scene chiave del film è quella in cui Apollo Creed sceglie il suo sfidante. Sta sfogliando l’elenco dei pugili quando con l’indice punta su un nome preciso: Rocky Balboa, lo Stallone italiano. Non lo conosce, è attirato soltanto dal suo nome e dalla possibilità di romanticizzare il sogno americano. Mentre Apollo ha già scelto, e l’avventura di Rocky è a sua insaputa già iniziata, lui è alle prese con il primo appuntamento con Adriana.

Rientrato a casa insieme alla ragazza lo vediamo per diversi secondi seduto sul suo divano. Alle sue spalle, abbastanza visibile, c’è una piccola immagine in cui si vede un indice puntato. Si tratta di un poster dei Beatles realizzato nel 1969 da Fabio Traverso. Il poster è a sua volta una chiara citazione di uno dei dipinti più noti di Caravaggio: La vocazione di San Matteo.

Rocky, Caravaggio

L’opera, dipinta tra il 1599 e il 1600, è visibile nella Chiesa di San Luigi dei Francesi a Roma, a due passi da Piazza Navona. Rappresenta Cristo che, puntando il dito verso Matteo, per usare un linguaggio cinematografico, lo “chiama all’avventura”.

La decisione di porre proprio quella immagine nell’inquadratura non può che essere simbolica. Rocky, come San Matteo, viene scelto tra tanti: è lui che Apollo vuole. Il pugile vorrebbe rifiutare, sottrarsi, ma è il suo destino a chiamarlo: Rocky è già all’altezza, deve soltanto dimostrarlo a sé stesso.

Quando l’errore diventa possibilità

Un altro aspetto interessante del film è la quantità di ostacoli che la troupe si trovò a dover superare. I produttori avevano accettato, dopo le prime riluttanze, di avere Stallone come protagonista. Il budget, però, era molto basso e alcune scene dovettero essere riscritte.

Una è quella che precede l’incontro finale. Rocky arriva all’arena e vede che i manifesti sono sbagliati: i pantaloncini che indosserà non sono quelli rappresentati. Avanza preoccupato la sua perplessità al manager di Apollo, che però gli fa notare si tratta di un dettaglio irrilevante. Ebbene, pare che si trattasse di un vero errore di produzione. I colori dei poster erano effettivamente sbagliati, ma non c’erano i soldi per ristamparne di nuovi, così Stallone decise di improvvisare il dialogo.

Nessuno probabilmente avrebbe notato questo dettaglio alla prima visione del film, ma la precisazione di Rocky colora il suo personaggio. L’inquietudine con la quale fa notare l’errore tradisce un timore ben più grande e, infatti, tornato a casa confessa ad Adriana di avere paura.

Un’altra scena che trae la sua forza proprio dal suo primo impedimento è la scena della pattinata con la ragazza. Dovevano essere presenti sul set oltre trecento comparse e la pista doveva essere piena. I soldi non c’erano e allora si optò per una riscrittura che funziona benissimo.

La scena di lei che pattina goffamente mentre lui la rincorre è certamente surreale, quasi comica. Tuttavia, il fatto che siano soli accresce l’intimità tra i due e rende palesi gli sforzi che entrambi stanno facendo per comunicare.

Perché Rocky è diventato Rocky?

Quelle elencate sono soltanto alcune delle ragioni che probabilmente hanno spinto il film così in alto da diventare una saga. Le interpretazioni sincere dei suoi protagonisti, una storia che viene dal cuore, una regia attenta. Gli ingredienti di un successo sono sempre svariati, e a volte indecifrabili.

Quello che, però, Rocky certamente fa è universalizzare il suo protagonista. L’amore e lo sport sono soltanto la cornice di una storia che racconta la conquista della cosa più preziosa: la stima per sé stessi. Non ci serve essere dei bulli di periferia, o combattere sul ring, per capire ciò che Rocky sta provando.

Million Dollar Baby, Rocky

Una delle scene più commoventi del film è la sua confessione a letto ad Adriana. Dopo tutti gli sforzi che ha fatto, a un passo dalla vetta, come un serpente si insinua in lui quella malsana tendenza all’auto sabotaggio. Si sente un illuso: cosa pensa di poter davvero ottenere? Adriana gli ricorda il duro lavoro e lui le risponde che non serve a nulla, perché non è nessuno.

Il dubbio arriva come un’ombra su di lui che sdraiato e con le lacrime agli occhi ci sembra quasi un bambino. È a quel punto che Rocky però trova la chiave di volta della sua parabola. Capisce che deve essere lui a settare il suo standard, perché è solo a sé stesso che deve dimostrare qualcosa. Vincere non conta niente.

Rocky ci conquista perché incarna le nostre paure, i nostri momenti di sfiducia. Ci ricorda che il peggior nemico che possiamo incontrare nel nostro cammino è proprio dentro di noi. A volte però basta riuscire a rimanere in piedi, anche se malmessi, sanguinanti e pieni di lividi, per ritrovare la fede in ciò che siamo.