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Dogtooth: Il trauma nel cinema – Sotto la superficie

Una famiglia atipica e un padre manipolativo: Dogtooth esplora le crepe del trauma in una piccola realtà distopica dove il linguaggio diventa controllo.

Il trauma è una macchia che talvolta non è possibile osservare a occhio nudo, ma si annida nei gesti quotidiani, nell’apparente e placida normalità di una famiglia. Le basi di Dogtooth (2009) di Yorgos Lanthimos sono proprio queste. Un Certain Regard al 62° Festival di Cannes, l’opera disturbante del regista greco vede una famiglia benestante che vive in una villa isolata.

Tre figli adulti sono tenuti all’oscuro del mondo esterno e a mano a mano, emerge una verità inquietante e “malata”. Il padre ha inventato un nuovo linguaggio in cui le parole comuni assumono tutt’altro significato. In questo modo, controlla e manipola i figli, che essenzialmente sono rimasti a uno stadio primitivo della crescita. Come se fossero dei bravi bambini obbedienti – anzi, dei cani. Lanthimos, con la sua attitudine per la distopia asettica e fredda (soprattutto agli inizi della sua carriera) ci racconta una storia di manipolazione crudele e spietata, mostrandoci come la violenza invisibile possa pericolosamente normalizzarsi.

Dogtooth, perdere i denti

Il titolo del film, Dogtooth, ossia “dente canino”, allude a un passaggio, ossia quello dall’età infantile a quella adulta. Ai tre figli è stato insegnato che soltanto nel momento in cui perderanno il loro canino potranno lasciare casa. In natura, il canino è un dente che non cade, a differenza di quelli da latte. Quindi, è chiaro come questo rito di passaggio sia impossibile. La profezia diventa così un ostacolo invalicabile creato dai genitori per costringere i figli a una dipendenza eterna, in un gioco perverso. In questo modo, l’accesso alla libertà e alla crescita è una conquista che non avviene mai senza sofferenza.

Lingua e manipolazione

Uno dei tratti più perversi e disturbanti di Dogtooth è certamente la manipolazione del linguaggio. Ogni parola è svuotata del significato originario, assumendone uno nuovo, arbitrario e controllante. Creare un vocabolario unico e limitante significa riscrivere il mondo e tutto ciò che conosciamo, significa impedire ogni forma di conoscenza ed emancipazione. Da sempre il linguaggio accomuna popoli e culture, negarlo e soprattutto modificarlo, distorce mente e pensiero, creando un immaginario inaccessibile a chiunque altro. Lanthimos ci ricorda che chi ha il potere di scegliere le parole controlla la realtà, imponendo narrazioni e definizioni.

Dogtooth e la regia di Lanthimos

Lo stile del regista greco amplifica il trauma: inquadrature statiche, fredde, silenzi lunghi, colori neutri, stanze asettiche creano un senso di oppressione costante. Non ci sono adornamenti di nessun tipo, niente musica superflua, solo l’essenziale. La macchina da presa, passiva, osserva i personaggi come fossero cavie da laboratorio, quasi come a documentare quel microcosmo alienante. Lo stile di regia di Lanthimos diventa esso stesso linguaggio e racconto. L’assenza di emozioni, colore e calore riflette perfettamente il mondo interiore dei personaggi. Un po’ come abbiamo già visto in un altro film di questa rubrica, Miss Violence, con cui condivide diverse analogie.

Il teatro dell’assurdo

In Dogtooth, la casa è un microcosmo chiuso in cui, probabilmente, si manifesta maggiormente il trauma in modo figurato. Recintata, asettica, senza via di fuga. Ogni spazio è impeccabile e curato e forse è proprio la luce naturale diurna a creare un ambiente apparentemente sereno e “normale”. Tuttavia, è in questo che risiede l’alienazione. Lanthimos usa un’estetica che fa da terreno fertile per un teatro dell’assurdo fatto di gesti grotteschi e nonsense. È l’inverosimile che svela l’orrore, così come la perfezione eccessiva. Così, il teatro dell’assurdo diventa il modo più efficace per rivelare le zone marce dei sistemi apparentemente ideali.

 

Serenella Bozhanaj

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