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Il cinema di Ingmar Bergman: Come in uno specchio

Per la rubrica settimanale Il cinema di Ingmar Bergman oggi parliamo di Come in uno specchio, film ricco di sofferenza psichica e incomprensioni familiari.

Ingmar Bergman ha portato sul grande schermo temi universali legati al dolore umano, alla solitudine, alla sofferenza psicologica e alla ricerca di un significato nell’esistenza. Come in uno specchio (1961) è un’opera emblematica di questo approccio, in cui il regista svedese mescola sapientemente la psicologia dei suoi personaggi con riflessioni filosofiche e metafisiche. Il film non è solo una disamina della malattia mentale, ma una meditazione sulla natura dell’amore, della fede e del desiderio di verità, affrontata attraverso il prisma della disillusione esistenziale.

Il cuore del film: Karin e la sua sofferenza psichica

Al centro della narrazione c’è Karin, una donna affetta da una grave malattia mentale. Dopo essere stata dimessa da un ospedale psichiatrico, ritorna a casa, ma il suo mondo è ormai un campo di battaglia tra il razionale e il delirante. La malattia di Karin è trattata da Bergman con un realismo inquietante, che non cerca di fornire soluzioni facili o spiegazioni psicoanalitiche semplificate. La protagonista vive un conflitto interiore continuo, un’alternanza tra lucidità e allucinazioni. Quando scopre che il padre, David, scrittore di professione, sta utilizzando la sua malattia come oggetto di studio per i suoi romanzi, il dolore di Karin si acuisce ulteriormente. La distanza tra padre e figlia si fa incalcolabile, e la fragilità di Karin emerge in tutta la sua tragicità.

L’elemento centrale del conflitto di Karin è la sua lotta tra due mondi: quello della sua mente malata e quello della realtà che cerca di sopportare. La sua visione di Dio, rappresentato da un gigantesco ragno che la possiede, simbolizza la distorsione della fede e della spiritualità che prova. Non è più un Dio amorevole, ma una presenza inquietante e minacciosa che riflette l’assurdità e la crudezza dell’esistenza. Questo incubo mistico è solo uno dei tanti elementi che Bergman inserisce per mostrare come la religione e la fede possano trasformarsi in forme di angoscia, invece di offrire conforto.

Martin e David: il conflitto tra razionalità ed emotività

Nel film, il marito di Karin, Martin, è un medico razionale, ma la sua incapacità di riconoscere il dolore emotivo della moglie diventa uno dei temi più significativi del film. Martin si trova incapace di fare i conti con l’inadeguatezza della sua condizione matrimoniale. Piuttosto che confrontarsi con la sofferenza della moglie, cerca di risolvere il suo disagio attraverso il distacco e la razionalizzazione scientifica, con un atteggiamento che finisce per essere distruttivo. La sua indifferenza nei confronti della sofferenza di Karin si accentua quando scopre che David ha usato la malattia della figlia come fonte per i suoi romanzi, un atto che rivelerebbe una disconnessione totale dalla realtà emotiva e personale.

David, padre di Karin e Minus, scrittore ed intellettuale, è un personaggio che si trova intrappolato nella propria “arte” e nelle proprie aspirazioni letterarie. Il suo approccio alla malattia della figlia è freddo, scientifico, quasi distaccato. La sua difficoltà a comprendere ed empatizzare con la sofferenza di Karin lo porta a un punto di rottura. Questo disinteresse emotivo lo rende incapace di vedere le sue azioni e la sua arte come strumenti di vera comunicazione umana, ma solo come pretesti per esprimere la propria visione. La scoperta da parte di Karin di come la sua malattia sia trattata dal padre come un oggetto da studiare scatena in lei una reazione di disperazione che porta alla sua crisi finale.

La rivelazione di Dio e la disperazione finale

Uno degli eventi più tragici del film si svolge quando Karin, in preda a una crisi psicotica, rivela di aver visto Dio sotto le sembianze di un ragno. La descrizione di questa visione è inquietante, poiché il Dio che Karin vede è tutt’altro che amorevole. Non solo la sua fede viene distorta, ma la visione di Dio come una figura minacciosa la porta a una crescente solitudine, in cui la realtà e la follia si fondono in un’incertezza dolorosa. Questa scena è una delle più potenti di tutto il cinema bergmaniano, e mette in luce la sensazione di impotenza che l’individuo prova di fronte all’inevitabilità della sofferenza.

Nel suo ultimo tentativo di trovare un senso, Karin confessa la sua volontà di tornare in clinica psichiatrica. A questo punto, sembra che la sua lotta interiore sia giunta a una conclusione, ma in realtà il suo dolore è solo temporaneamente placato. La malattia mentale, infatti, è un tema che Bergman non riesce mai a risolvere facilmente: essa è un dolore incomprensibile, da accettare, ma non da guarire.

La salvezza nel dolore e la fede in Dio

Nel momento culminante, il personaggio di David sembra finalmente avvicinarsi alla comprensione del dolore umano. Dopo aver riconosciuto le sue colpe e la sua indifferenza verso la figlia, egli parla con Minus e, per la prima volta, ammette la sua vulnerabilità. Il dialogo tra padre e figlio è rivelatore: la fede, per David, non è più solo un concetto astratto, ma qualcosa che nasce dal dolore e dall’amore, anche nelle sue forme più imperfette. L’amore diventa l’unico possibile rimedio alla sofferenza, e la fede stessa viene reinterpretata come un atto di grazia che emerge dalla disperazione.

La tragedia incompleta di Come in uno specchio

Come in uno specchio è un film che non offre risposte facili o un epilogo risolutivo. La sofferenza di Karin e la sua condizione psicologica non possono essere guarite, ma vengono accettate come parte integrante della condizione umana. Bergman, con la sua regia austera e penetrante, non cerca di esorcizzare la sofferenza, ma di mostrarla nella sua forma più nuda e spietata. Il film invita lo spettatore ad affrontare la solitudine, l’incomprensione e la frustrazione che caratterizzano l’esistenza umana, suggerendo che la salvezza, se mai arriverà, sarà possibile solo attraverso il riconoscimento del dolore e della vulnerabilità reciproca.

Il finale del film, che lascia la porta della salvezza chiusa e parzialmente socchiusa, rappresenta perfettamente l’essenza del cinema di Bergman. La vita, come la fede, non è qualcosa di semplice o risolvibile, ma un cammino che deve essere affrontato, nonostante la sofferenza, la solitudine e la disperazione. In un mondo segnato dal dolore e dalla solitudine, come possiamo trovare un senso autentico nell’esistenza, e quale ruolo gioca la fede nell’affrontare le nostre angosce più profonde?

Sofia Fumi

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