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Gabriele Mainetti

Piccolo grande cinema: Gabriele Mainetti

Gabriele Mainetti ha definito la sua personalità cinematografica citazionista e nostalgica nei suoi film ma già a partire dai suoi primi cortometraggi.

Purtroppo, c’era un tempo in cui essere appassionato di fumetti e dell’immaginario collettivo pop non-occidentale era considerato un crimine senza redenzione. Il pregiudizio di classificare un qualunque “nerd” come uno sfigato senza una vita e senza un senso, se non per l’amore stesso verso quei vizi orientali ed adolescenziali.

Fortunatamente, quei tempi nefasti sembrano essere parzialmente passati, e speriamo non tornino mai più. In questo contesto di ostracizzazione culturale, precisamente durante i primi anni del 2000, cresce Gabriele Mainetti, in un’Italia che non vuole nulla che fuoriesca troppo dall’ordine costituito delle cose e che non vuole che questo abbia ripercussioni sull’arte.

Gabriele Mainetti

Gabriele Mainetti, dopo aver studiato tra Bologna e New York, ha iniziato una preparazione attoriale che lo ha reso in primis un’attore cinematografico e poi televisivo, in film come ne Il cielo in una stanza e La nuova squadra. Tra il 2009 e il 2010, in seguito a qualche corto di discreto successo, ha deciso di passare dall’altro lato della macchina da presa.

Nel 2015 realizza Lo chiamavano Jeeg Robot, da poco tornato al cinema per il suo 10ecimo anniversario. Un folle cinecomic italiano che non è riuscito mai a fare i conti con il potenziale di una possibile saga. A questo, segue Freaks Out del 2021 e il più recente La città proibita, due opere con minore rilievo rispetto all’esordio, ma che ancora dimostrano la forza di Mainetti come un geniale autore che non fa compromessi con sè stesso.

Gabriele Mainetti

Basette

Dopo tre cortometraggi realizzati tra il 2003 e il 2005, Gabriele Mainetti gira una sceneggiatura di Nicola Guaglianone nel 2008 che, per la prima volta, attrae l’attenzione nazionale, nonchè il suo primo progetto con una ampia visibilità, diventando poi vincitore di tre diversi Nastri d’argento. Basette è il risultato delle passioni infantili di Mainetti e il culmine della nuova scuola romana di recitazione.

Una banda di rapinatori della periferia di Roma – interpretati da Valerio Mastandrea, Marco Giallini e Daniele Liotti – intenta un colpo ad un ufficio delle Poste Italiane, colpo che va incredibilmente male. Nei loro ultimi momenti, i tre immaginano un’altra vita, in cui loro sono la banda di Lupin che viene fermata da Zenigata. Un corto stupendo che ricalca alla perfezione la specifica ossessione fumettistica e la trasforma in un mondo semi-onirico.

Tiger Boy

Intervallato da Love in Central Park del 2010, Mainetti torna alla regia, alla produzione, alla musica e torna a collaborare con Guaglianone in sceneggiatura. Idealisticamente in modo parallelo a Basette, Mainetti realizza nel 2012 Tiger Boy, un’incredibile storia di formazione sul bullismo e gli abusi e la rivalsa dalle angherie inique della vita da bambino, sempre con un stile estremamente orientale e fumettistico.

MatteoSimone Santini – è un ragazzo di neanche dieci anni. Dopo aver fatto a mano una maschera da Tiger Boy, celebre wrestler di Corviale e rimando all’Uomo Tigre, il bambino non se ne separa più. Nonostante nessuno ne comprenda il motivo, Matteo riesce a trovare il coraggio e la volontà di affrontare i proprio problemi, grazie al magico potere della maschera stessa, che risied in realtà nella sua personalità.