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Scorsese racconta Scorsese: L’età dell’innocenza
L’età dell’innocenza chiarisce che ci sono autori e registi. Scorsese può essere entrambi e lo dimostra con il suo stile in ciò che gli è lontano.
Con gli anni ’90, Martin Scorsese entra in un periodo d’oro, sia per soddisfazione personale, sia a livello lavorativo, come autore e nel rapporto con critica e pubblico. Un percorso univoco ma paradossale: nel 1986 gira l’episodio Mirror, Mirror – altro esperimento orrorifico – della serie antologica Storie incredibili e l’anno dopo gira il videoclip di Somewhere Down the Crazy River dell’amico Robbie Robertson. Nel 1989 sposa l’attrice Illeana Douglas.
Dopo il capolavoro che è Quei bravi ragazzi, il maestro italoamericano diventa interprete, prima come Vincent Van Gogh per Sogni dell’altro maestro Akira Kurosawa, poi per Stephen Frears nell’inizio di Rischiose abitudini – di cui è anche produttore – ottenendo un ruolo anche in Indiziato di reato con Robert De Niro, l’anno dopo. Il medesimo anno gira anche un cortometraggio documentario sul re della moda Giorgio Armani, dal titolo Made in Milan.
Cape Fear – Il promontorio della paura
Nel 1991, la Universal bussa alla porta del maestro. Dopo avergli prodotto L’ultima tentazione di Cristo, Scorsese accettò di girare un altro film con la casa di produzione, più appetibile commercialmente e che potesse comunque gratificarlo a livello personale. Il maestro girò così Cape Fear – Il promontorio della paura – da poco inserito nel catologo di Netflix Italia – remake dell’omonimo film di J. Lee Thompson del 1962.
La storia di Max Cady – settima collaborazione con il carismatico De Niro – incarcerato con l’accusa di stupro, che esce di carcere ed inizia a tormentare l’avvocato che lo ha condannato – un freddo Nick Nolte – che lo ha condannato e la sua famiglia. Un thriller elegante che prende molto in prestito dal lavoro di due a caso – Alfred Hitchcock e Charles Laughton – e che permette comunque a Scorsese di esplora l’influenza della religione, ma dal punto di vista di un uomo estremamente malvagio.
L’età dell’innocenza
Nel 1980 lo sceneggiatore Jay Cocks dona a Scorsese un romanzo di Edith Wharton del 1920, L’età dell’innocenza, una storia d’amore sui paradossi dell’alta società newyorchese. Gli suggerisce di adattarlo insieme e, nonostante i dubbi iniziali, la scintilla si illumina. Dopo qualche anno di travaglio, nel 1993 esce nei cinema L’età dell’innocenza, appunto, l’adattamento d’epoca in costume del romanzo.
Newland Archer – il metodista straordinario Daniel Day-Lewis – è un giovane e ricco avvocato di successo, fidanzato con May Welland – Winona Ryder – bella ragazza dell’alta società, piatta e mondana. La loro relazione viene turbata dall’arrivo improvviso a New York dell’affascinante contessa Ellen – la bellissima Michelle Pfeiffer – di cui Newland si innamorara perdutamente, entrando in un intricato labirinto emotivo che lo portano davanti ad un bivio.

Il silenzio dei colpevoli
Quando fu annunciato che Scorsese stesse adattando un romanzo in costume nella New York del 1870, molte sopracciglia si alzarono. Anche all’uscita, la risposta fu la medesima ed il film fu un flop. Passò in sordina, senza troppe parole attorno ad esso. Come il periodo di segreta trasgressione che fu negata, così il silenzio echeggia nelle menti delle persone. Il parallelismo con il mondo attuale affascina e spaventa allo stesso tempo.
Il conformismo e l’anticonvenzionale. Non c’è giusto, non c’è sbagliato, c’è solamente ciò che si sente, ciò che si prova. Ma non se ne fa parola. La pellicola meno violenta di Scorsese riesce a far male più di tutte le altre, senza danneggiare fisicamente. Come l’amore. Si soffre, si gode. Ci si affolla, anche solo per uno sguardo, e basta. Una fiamma che brucia ed arde con prepotenza, nascosta in un’ampolla di cristallo.
Salvezza dalla solitudine
L’elegante messa in scena e l’affascinante colorazione dell’ennesima nuova New York di Scorsese è completamente in contrasto con le menti ciniche dei personaggi che la vivono. Da soli in un mondo sgargiante, che però è disonesto, non dice ciò che pensa, anzi, arriva anche a temere ciò che pensa. Il cambiamento radicale è alle porte dell’aristocrazia, ma nessuno ha il coraggio di abbracciarlo.
L’amore che non parla non è necessariamente in una relazione carnale. L’amore ha mille volti, ed il silenzio li plasma tutti. Il film fu dedicato ad una persona molto speciale nella vita di Scorsese, una persona che lo ha spronato e che ha amato e senza il quale, molto probabilmente, Scorsese non sarebbe mai stato ciò che è. Morto pochi mesi prima dell’uscita nelle sale, la pellicola fu dedicata a Luciano Charles Scorsese, padre di Martin.
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