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Bikeriders

The Bikeriders, la recensione del film con Austin Butler

Il regista Jeff Nichols torna al cinema con The Bikeriders. Il film motociclistico targato Focus Feature con Jodie Comer, Austin Butler e Tom Hardy.

Dopo la cancellazione da parte di Disney è arrivato al cinema, grazie a Focus Feature, The Bikeriders. L’ultima fatica del regista di Mud e Take Shelter, Jeff Nichols.

In The Bikeriders seguiamo la fittizia storia del club motociclistico di Chicago, I Vandals. Negli anni ’60 la giovane Kathy si innamora del ribelle membro dei Vandals, Benny, e tramite la sua esperienza scopriamo la storia del club e la sua decaduta.

Un finto Scorsese

Con The Bikeriders troviamo un film per cui Jeff Nichols si ispira alla poetica scorsesiana, ma senza pienamente comprendere come metterla in scena. Si cerca di portare sullo schermo la rapidità di Scorsese e la sua epica ma il risultato è a dir poco confusivo. Il film porta una narrativa altalenante e poco chiara in cui per due ore avviene ben poco nell’effettivo. Dopo l’ottimo primo atto diventa ripetitivo e inizia a stancare e si arriva al finale, si, intrattenuti ma stanchi.

The Bikeriders cerca contemporaneamente di essere un delicato dramma e un film muscolare, ma senza abbracciare pienamente nessuno dei generi. Vengono messe in scena ottime sequenze, alcune mi azzardo a definire quasi grandi, ma che sbilanciano troppo un film che riesce a risultare contemporaneamente o troppo breve o troppo lungo.

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La cultura dei Bikeriders

The Bikeriders si ispira all’omonimo libro di Danny Lyon, interpretato nel film da Mike Faist, originariamente pubblicato nel 1968. Lyon racconta la sua esperienza nel Chicago Outlaws Motorcycle Club attraverso immagini e interviste da lui realizzate. Jeff Nichols prende ispirazione da queste storie per raccontare del fittizio gruppo motociclistico dei Chicago Vandals.

Quel che più impressiona è il talento che il film dimostra nel catturare il periodo storico e la cultura motociclistica. Una cultura basata su violenza e criminalità, ma anche su fiducia, passione e rispetto. Viene messo in scena un racconto che riesce a risultare reale e che difficilmente si va a mettere in dubbio. 

La banda è costruita eccellentemente ed è molto divertente da esplorare. Il grande cast porta ogni briciola del loro carisma e il rapporto tra i vari personaggi riesce a risultare reale. Abbiamo modo di vedere tutta la violenza, lo sporco e questa buffa e quasi bambinesca innocenza di personaggi che cercano di fuggire dai loro problemi attraverso una passione. Personaggi che spesso sembrano ignari cosa stiano effettivamente facendo fino alle inevitabili ripercussioni.

I protagonisti

Jodie Comer (The Last Duel) è l’indiscussa protagonista e narratrice del film. Porta con la sua Kathy un’ottima e reale performance. Ma Kathy risulta una protagonista abbastanza vuota e che all’infuori del suo rapporto con Benny non sembra avere molto da raccontare.

Austin Butler (Elvis) invece torna a dimostrarsi una star in continua ascesa. Benny non è certamente scritto come il più profondo dei personaggi, ma Butler gli riesce a dar vita e a raccontare la sua storia anche solo in uno sguardo. Porta una performance stoica e complessa che sembra uscire da un epoca diversa, ricordando film come Il guerriero della strada.

Ma è Tom Hardy (Mad Max: Fury Road) a portarsi a casa il film. Il suo Johnny ci racconta una storia di amore e passione pura verso le moto, passione che viene presa e distrutta dal mondo. Hardy racconta il personaggio attraverso una performance estremamente sincera e umana.

Comparto tecnico

La regia di Nichols riesce ed è capace di mettere insieme grandi scene e dirigere con sapienza le ottime performance.

A supportarlo troviamo la fotografia di Adam Stone che funziona e riesce a dare la giusta importanza alle sequenze più cariche. Il lavoro più interessante è svolto nell’utilizzo di luci e colori, rendendo ogni location ancor più unica. Ma va ammesso che le immagini risultano eccessivamente pulite e moderne. Visto il contesto sarebbe stato forse più piacevole vedere un film con meno paura di sporcarsi. Il montaggio di Julie Monroe invece non è di particolare impatto, risultando in più momenti lento e povero di ritmo.

Le scelte musicali mi hanno lasciato indifferente a causa della loro eccessiva presenza. Vengono proposti bellissimi brani, ma in più momenti si ha la sensazione di aver semplicemente lasciato la radio accesa. Anche le musiche originali di David Wingo non colpiscono, risultando dimenticabili a dir poco.

Ottima invece la componente sonora. Uno dei motivi per i quali si va al cinema a vedere The Bikeriders è per sentire la potenza dei motori, e Nichols sembra esserne consapevole. Lo spettatore viene portato in sella insieme ai protagonisti e anche solo questo potrebbe far valere il prezzo del biglietto.

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In conclusione

The Bikeriders è stata forse per certi aspetti una delusione. Ci si aspettava di più, ma dopo l’ottimo inizio non posso dire che mi abbia tenuto incollato allo schermo. È buona la messa in scena e sono ottime le interpretazioni, ma non riesco a guardare oltre alcuni dei problemi.

È un film imperfetto ma riesce a divertire e intrattenere, e non ho dubbi ci sia un pubblico a cui potrà parlare non poco. Se quel che vi interessa è esplorare uno spiraglio di quella cultura ormai finita ne uscirete non poco soddisfatti.

Recensione a tre stelle su Almanacco Cinema