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Milarepa, il buddhismo post-apocalittico sbarca a Boston

Harvey Keitel e F. Murray Abraham nel nuovo Milarepa di Louis Nero, film d’apertura del Boston International Film Festival 2026.

Il Boston International Film Festival 2026 apre con un titolo che sembra arrivare da un’altra epoca e da un’altra dimensione: Milarepa (2025) di Louis Nero, con Harvey Keitel (L’ultima tentazione di Cristo, Holy Smoke, Fatima) nel ruolo del guru Marpa, sarà il film inaugurale della 24ª edizione della rassegna, in programma dal 9 al 14 aprile 2026.

Girato in Sardegna tra costruzioni megalitiche e ambientato in un futuro post-apocalittico, il film rilegge una figura chiave della spiritualità tibetana dentro un impianto da dramma visionario in lingua inglese. Attesi sul red carpet di Boston anche Isabelle Allen, F. Murray Abraham e Diana Dell’Erba.

Un revenge movie spirituale travestito da fantasy sci-fi

La trama segue Mila, una giovane ragazza la cui vita viene devastata dopo l’uccisione del padre in una vicenda di eredità e soprusi familiari. Da lì parte un percorso di fuga, travestimento e ricerca del sapere: Mila si finge maschio per accedere a conoscenze che dovrebbero essere riservate agli uomini e trasformare il desiderio di vendetta in potere.

È qui che entra in scena Marpa, il maestro interpretato da Keitel, guida spirituale di un racconto che usa il lessico del fantasy mistico ma lo incrocia con scenari da fine del mondo. Il materiale di partenza è religioso, ma l’operazione sembra pensata per il pubblico del cinema d’autore contemporaneo: vendetta, iniziazione, paesaggi arcaici, e quel gusto per la parabola simbolica che oggi può parlare tanto ai festival quanto agli appassionati di fantascienza contemplativa.

Chi era Milarepa, e perché il cinema italiano ci torna sopra

Milarepa è una figura storica centrale del buddhismo tibetano: vissuto tra XI e XII secolo, è ricordato come yogi, poeta e maestro spirituale. La sua biografia è una delle più potenti della tradizione asiatica perché parte dalla colpa: da giovane, secondo il racconto tramandato, ricorse alla magia nera e alla violenza per vendicare i torti subiti dalla famiglia; solo dopo passò attraverso il pentimento, la disciplina e l’insegnamento del maestro Marpa, diventando uno dei grandi santi-poeti del Tibet.

Proprio questa traiettoria, dall’odio alla trasformazione, rende la sua storia perfetta per il cinema: anche Liliana Cavani con il suo Milarepa (1974) realizzò un’opera libera e spiazzante che alternava una cornice contemporanea alla leggenda del mistico tibetano, articolando il racconto in tre analoghi capitoli.

Era un cinema più austero e filosofico, meno post-apocalittico di quello di Nero, ma già attratto dallo stesso nodo esistenzialista: la vendetta come stadio primitivo, la conoscenza come via d’uscita.