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Cannes 2026: la selezione dei lungometraggi e dei cortometraggi

Cannes 2026: chi resta fuori e chi conta davvero

Da Almodóvar a von Trier, ecco i film favoriti per Cannes 2026 tra grandi assenze e ritorni. Tutti i titoli più caldi verso la Croisette.

Cannes 2026 non è un supermercato dove tutto arriva sugli scaffali. Anzi, i pezzi grossi quest’anno hanno già deciso di restare fuori. Steven Spielberg tira dritto per la sua strada con Disclosure Day, Pixar si tiene stretto Toy Story 5 per il pubblico globale e Lucasfilm fa lo stesso con The Mandalorian & Grogu. Tradotto: niente Croisette, niente standing ovation, ma incassi garantiti.

Christopher Nolan, poi, non si smentisce: il suo The Odyssey ignora Cannes come ha fatto negli ultimi 25 anni. I festival? Non servono quando sei già un evento. Più interessante il caso di Alejandro G. Iñárritu: il suo Digger, con Tom Cruise e Sandra Hüller, fa parlare tutti, ma la data di uscita lo spinge verso Venezia. Cannes resta fuori dai giochi.

E poi c’è il limbo produttivo, quella terra di mezzo dove i film esistono ma non abbastanza. Ruben Östlund rinvia il sogno della terza Palma consecutiva: il suo progetto è ancora in post-produzione. Terrence Malick, invece, sembra bloccato in un eterno montaggio: The Way of the Wind è stato girato anni fa, ma non è ancora pronto.

Pedro Almodóvar è invece pronto a tornare con un film in spagnolo dopo la parentesi internazionale. Asghar Farhadi porta con sé un cast francese stellare e una storia politicamente sensibile. Paweł Pawlikowski continua il suo percorso estetico rigoroso e Lukas Dhont prova il salto definitivo con un progetto più ambizioso. Cannes, quando funziona davvero, è esattamente questo: un luogo dove il nome del regista conta più del budget.

Una lineup autoriale fortissima

Tra i titoli più solidi c’è 1949 di Paweł Pawlikowski. Un ritorno coerente, in bianco e nero, tratto dal romanzo The Magician di Colm Tóibín, si muove dentro la memoria europea del dopoguerra attraverso la storia romanzata di Thomas Mann. Non è un film che cerca il consenso facile: è cinema che chiede attenzione.

9 Temples to Heaven segna invece un passaggio di testimone: Sompot Chidgasornpongse debutta con la produzione di Apichatpong Weerasethakul. Il tema — fede, famiglia, tensioni irrisolte — è quello tipico del cinema asiatico contemporaneo, dove il viaggio è sempre anche interiore.

Poi c’è Lars von Trier, e quando c’è von Trier non si parla di film ma di evento. After potrebbe essere il suo ultimo lavoro, e già questo basta a renderlo inevitabile per Cannes. Il tema — vita e morte — è perfettamente in linea con il suo cinema: disturbante, provocatorio, impossibile da ignorare.

Ryusuke Hamaguchi torna con un progetto internazionale tra Francia, Germania, Belgio e Giappone, All of a Sudden. Dopo il successo globale di Drive My Car, ogni suo film diventa automaticamente un candidato serio. Qui si gioca su malattia, relazioni e linguaggi diversi: terreno fertile per Cannes.

E poi c’è Alpha Gang dei Zellner Bros (che prodotti da Ari Aster avevano già presentato il meraviglioso Sasquatch Sunset), una commedia sci-fi con star internazionali (Cate Blanchett, Chris Pine, Léa Seydoux e Dave Bautista) e un’idea volutamente assurda: alieni che scoprono le emozioni umane, in quella che sembra una eco del grande ritorno del tema a livello internazionale. Ma è proprio questo mix tra autorialità e accessibilità che spesso Cannes usa per spezzare il ritmo.

Takashi Miike è una macchina da guerra. Più di cento film e ancora non si ferma. E quest’anno potrebbe presentarsi con due titoli, come se uno non bastasse. Bad Lieutenant: Tokyo in evidente continuità col miglior Abel Ferrara, promette la solita discesa nel caos morale, spostata però nel sottobosco al neon di Tokyo. Ma il vero jolly è l’horror con Charli XCX. Un progetto nato da un’idea condivisa tra pop e cinema di genere, ambientato a Kyoto e costruito su possessioni e tensione crescente. È il tipo di film che Cannes usa per ricordare che non esiste solo il cinema “serio”.

Pedro Almodóvar torna alla sua lingua, al suo mondo, e forse anche alla sua occasione migliore. Bitter Christmas è descritto come una tragicommedia sul genere, ma la vera storia è un’altra: il regista spagnolo non ha mai vinto la Palma d’Oro. E se c’è un momento per farlo, è questo. Il film è pronto, l’uscita è perfettamente sincronizzata e Cannes ama chi torna alle origini. Tutto è allineato. Resta solo da vedere se la giuria sarà d’accordo.

Werner Herzog continua a fare Werner Herzog: cinema fuori asse, personaggi al limite e storie che sembrano sempre sull’orlo del collasso. Bucking Fastard segue due sorelle alla ricerca di un luogo mitico dove l’amore è possibile. Sembra una premessa assurda, ma nel suo cinema è perfettamente logica. Herzog non cerca il realismo: cerca l’ossessione. E Cannes, storicamente, non ha mai saputo resistergli.

Florian Zeller cambia invece registro ma non abbandona la sua ossessione principale: la fragilità umana. In Bunker, Javier Bardem interpreta un architetto che accetta un incarico per costruire un rifugio per un miliardario. Da lì, la storia scivola lentamente verso il disfacimento psicologico. È il tipo di thriller che non punta sull’azione ma sulla tensione interna. Un film così può funzionare molto bene a Cannes, dove il dramma conta più dello spettacolo.

Nuovi autori e ritorni importanti

Kantemir Balagov arriva con Butterfly Jam e porta con sé non solo un film, ma una posizione. Dopo l’uscita dalla Russia e l’esilio volontario, il suo debutto in inglese è insieme artistico e politico: una troupe circense in New Jersey, identità sospese e un cast che pesa. Cannes non ama perdersi questo tipo di traiettorie.

Lukas Dhont gioca una partita più lineare, ma forse ancora più efficace. Dopo Girl e Close, Coward è il passo successivo naturale: più ambizioso, più grande, più storico. Prima guerra mondiale, trincee, il confine ambiguo tra codardia ed eroismo: sembra già costruito per essere discusso in festival.

Cristian Mungiu invece non deve dimostrare nulla. Con Fjord torna esattamente nel suo territorio: una coppia che si trasferisce e finisce al centro di un sospetto collettivo. Comunità chiuse, paranoia, giudizio sociale. È il suo cinema, ed è il tipo di cinema che Cannes riconosce immediatamente. Non fa rumore, ma resta sempre centrale.

Quentin Dupieux è la variabile che rompe l’equilibrio. Full Phil è assurdo controllato: Woody Harrelson, Kristen Stewart, un viaggio padre-figlia che scivola nell’irreale. Dupieux non cambia mai davvero registro, ma cambia abbastanza da restare interessante. E Cannes, ogni anno, ha bisogno di qualcuno che sposti leggermente il baricentro.

Nicolas Winding Refn torna con Her Private Hell e, come sempre, il film conta fino a un certo punto. Conta il nome, conta l’estetica, conta l’aspettativa: Refn divide, irrita, seduce, a volte fa tutte e tre le cose insieme. Tokyo, thriller, un cast internazionale e pochissime informazioni. Ma con Refn non serve sapere: Cannes lo ha già accettato nel suo sistema.

Nanni Moretti è un caso diverso, sulla Croisette gioca in casa quasi più che a Roma. Inoltre It Will Happen Tonight ha tutte le caratteristiche giuste: dramma romantico che sa di cinema europeo presentabile, elegante e rassicurante per chi deve compilare un concorso che sembri prestigioso ma non troppo imprevedibile. Moretti, del resto, è il tipo di autore che Cannes considera parte dell’arredamento nobile: può piacere o no, ma toglierlo farebbe strano.

Joel Coen, invece, è la curiosità vera. Senza Ethan, con Jack of Spades, torna in una forma diversa. Mistero gotico, Scozia ottocentesca, un cast che regge da solo — Josh O’Connor, Frances McDormand — e una fotografia che promette molto. È cinema americano, ma abbastanza raffinato da sembrare europeo. Cannes questo tipo di equilibrio lo cerca sempre.

Kiyoshi Kurosawa cambia direzione con Kokurojo: The Samurai and the Prisoner. Un film samurai che è anche un giallo chiuso, quasi teatrale: omicidi, strategia, una fortezza isolata. È un autore che evolve senza perdere identità. Cannes potrebbe tranquillamente infilarlo nel concorso ufficiale o in una vetrina di lusso.

Corea, Francia, Romania e oltre

Na Hong-jin con Hope punta chiaramente in alto. Budget importante, cast internazionale (Michael Fassbender, Alicia Vikander) e una storia che mescola fantascienza e paranoia collettiva: tutto indica un progetto pensato per fare rumore. È il tipo di film che può spostare l’attenzione, se il festival decide di giocare anche il Jolly della spettacolarità.

Asghar Farhadi resta una garanzia. Parallel Tales prende un evento reale — gli attentati di Parigi — e lo trasforma in dramma corale. Cast francese di alto livello (Isabelle Huppert, Virginie Efira, Vincent Cassel, Catherine Deneuve, Pierre Niney), struttura precisa, tensione morale. È uno di quei titoli che sembrano già scritti per dare un tono al concorso.

Hirokazu Kore-eda con Sheep in the Box lavora su un terreno più rischioso. Un umanoide che sostituisce un figlio morto, una famiglia che prova a convivere con questa presenza artificiale. Tecnologia, dolore, sostituzione dell’umano, ma Kore-eda ha la sensibilità per farla diventare una meditazione autentica su ciò che resta dell’amore quando il progresso pretende di offrirti copie, simulacri, repliche emotive. Coraggioso e attuale anche per Cannes.

Albert Serra promette il solito esperimento ad alta combustione intellettuale con Out of This World. Politica, guerra, relazioni internazionali. Non è cinema facile, ma con le sue zone grigie tra potere e manipolazione, genera discussione. E a Cannes un po’ di salutare scandalo diplomatico diventa un ottimo carburante festivaliero.

Altri titoli da tenere d’occhio

James Gray torna al crime con Paper Tiger. Due fratelli, mafia russa, sogno americano che si incrina. Il genere è forte, il pedigree pure (Adam Driver, Scarlett Johansson), e il produttore già soffia sul fuoco definendolo il miglior Gray di sempre: diffidare dei produttori che fanno i critici di se stessi, un film da sorvegliare attentamente.

Andrey Zvyagintsev con Minotaur porta un film pesante, nel senso pieno del termine. Politica, famiglia, tragedia. il suo cinema solenne, glaciale, morale, con quella gravità da fine del mondo privata e pubblica insieme, si sposa perfettamente con il tipo di prestigio che il festival ama esibire.

Koji Fukada resta più laterale ma solido. Il rurale Nagi Notes è intimo, silenzioso, costruito sulle relazioni e sulle perdite. Non farà rumore, ma è il tipo di film che trova spazio grazie alla sua raffinatezza.

Mike Leigh a 83 anni resta un’incognita. Nessun titolo, nessuna trama, soltanto il cast e la certezza di quel processo creativo fatto di prove lunghe, improvvisazione, costruzione lenta del materiale umano. Se il film sarà pronto in tempo, è difficilissimo che Cannes lo lasci fuori: per la Croisette, Leigh non è un semplice autore ospite, è un pezzo di storia vivente del festival.

Léa Mysius continua il suo percorso interno parallelo con The Birthday Party, prima di essere promossa al piano nobile. Una famiglia, un evento, una minaccia che cresce. È il tipo di presenza che aiuta il festival a costruirsi un’immagine di serietà e scouting intelligente.

Marie Kreutzer con Gentle Monster lavora su dinamiche private e fragilità. Due donne, due vite schiacciate da doveri, ruoli, logiche di cura, cedimenti emotivi e rapporti di forza. Se non entrerà in concorso, il film ha comunque il profilo perfetto per una vetrina importante.

July Jung porta Dora, un film più silenzioso, costruito per sottrazione su trauma e trasformazione. Perfetto per una sezione come Un Certain Regard, dove Cannes spesso parcheggia, e talvolta valorizza davvero, opere che non hanno bisogno di stunt promozionali ma di attenzione e pazienza.

Valeska Grisebach con The Dreamed Adventure porta invece sulla frontiera tra Bulgaria, Grecia e Turchia un film che già dal solo contesto geografico profuma di confine, desiderio, rischio, illegalità morale e ambiguità esistenziale. Un Certain Regard per Cannes, o volendo alzare il profilo del concorso con nomi più sobri, perfino nella selezione principale.

Corneliu Porumboiu resta difficile da leggere. Il nuovo film è quasi invisibile, ma il suo nome basta per aspettarselo in selezione.

Radu Jude è più irregolare rispetto a Cannes, ma The Diary of a Chambermaid potrebbe essere l’eccezione. Satira sociale, stratificazione narrativa. Può sorprendere.

Antonin Baudry con il dittico su De Gaulle, solido adattamento da una biografia prestigiosa, gioca una partita istituzionale. Cannes, quando vuole ricordare di essere anche il festival della grandeur francese, sa benissimo come trattare operazioni del genere. Grande produzione, tema storico, perfetto per il fuori concorso.

Bruno Dumont poi, è uno di quei registi che Cannes non può fingere di non conoscere. Red Rocks, Romeo e Giulietta sulla Costa Azzurra tra bande rivali di residenti e turisti estivi che si sfidano in un gioco mortale di tuffi dalle scogliere, sembra quasi una caricatura metacinematografica, violenta e lirica, del paesaggio stesso del festival.

Il quadro finale: le incognite che possono cambiare tutto

Werner Herzog, Lars von Trier, Nicolas Winding Refn: tre nomi che portano sempre instabilità. Non solo film, ma reazioni. Cannes ne ha bisogno per restare vivo. Herzog offre il solito cinema della follia metafisica, in cui l’assurdo non è un incidente ma la lingua naturale del racconto. Von Trier trascina invece sul tavolo tutto il peso del proprio mito, della propria malattia, della possibile idea di ultimo film, e dunque di evento irripetibile. Refn, dal canto suo, mantiene la promessa della superficie glamour e perversa, del cinema che si nutre di pose e allucinazioni ma sa perfettamente come vendersi come oggetto di culto.

Questi non sono semplicemente film. Sono detonatori di atmosfera. Cannes li ama perché servono a dare alla selezione qualcosa che non si misura solo in qualità ma in tensione, aspettativa, rumore critico, discussione in sala stampa, cene rovinate e applausi divisi. Un concorso senza almeno uno o due titoli di questo tipo rischia sempre di sembrare troppo educato, troppo compiuto.

Anche Takashi Miike rientra in questo gruppo, pur con una collocazione un po’ più laterale e notturna. Cannes ricorda improvvisamente che il cinema può essere anche sporco, eccessivo, imprevedibile, non sempre presentabile nei salotti buoni del prestigio occidentale. E ogni tanto fa bene.

Infine c’è il caso Nanni Moretti, che non è un detonatore nel senso spettacolare del termine, ma lo è sul piano simbolico. Ogni sua presenza a Cannes dice qualcosa sul festival stesso: sulla sua idea di Europa, di autorialità, di tradizione, di continuità. In una selezione che si annuncia ricca di ritorni eccellenti, Moretti è uno degli specchi antichi in cui la Croisette ama guardarsi.

Alla fine, il dato più interessante di questa 79ª edizione non è l’elenco dei nomi, per quanto impressionante. È la forma complessiva che sta prendendo il festival. Cannes torna a fare Cannes. Non la succursale glamour del lancio promozionale, ma la vetrina dove si misura il prestigio culturale del cinema internazionale.