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Frankenstein, o Il moderno Prometeo. Più che altro ispirato!

Frankenstein torna in auge con l’adattamento dell’omonimo romanzo di Mary Shelley grazie all’opera di Guillermo Del Toro, un prodotto valido ma con differenze

Frankenstein o Il moderno prometeo è un romanzo realizzato da Mary Shelley e pubblicato nel 1818. Si tratta di un romanzo completamente immerso nella cultura del diciannovesimo secolo, sconvolto dalle numerose innovazioni nel settore scientifico, industriale, urbanistico e – logicamente – medico. Immaginiamo come possa essere stato complesso – per un’anima sensibile e attenta quale quella di Mary Shelley – vivere in periodo storico così denso e, parimenti, ancora pieno di disuguaglianze sociali e da stili di vita agli antipodi.

Proprio la scrittrice, cresciuta in una casa intrisa di valori sociali (la madre Mary Wollstonecraft, filosofa antesignana del femminismo mentre il padre William Godwin fu un celebre politico e filosofo), decide – ad un certo punto – di seguire i propri sentimenti a discapito dei problemi sociali e familiari che ciò avrebbe comportato e si dichiara (aveva solo 16 anni) a Percy B. Shelley – all’epoca già sposato.

Con Percy parte e la coppia – con figli annessi nati nel corso del viaggio stesso – pernottano a lungo in Italia tra Veneto, Toscana, Lazio e Campania; sarà proprio il viaggio, la natura irrequieta dell’amato marito e l’incontro con la peste, che cambieranno ulteriormente Mary.

Insomma, una serie di sollecitazioni – alcune molto dolorose – la portano ad immaginare (certamente c’è molta introspezione psicologica in questo) a immaginare da un lato un uomo di scienza (quindi un perfetto prototipo della sua epoca) opposto ad una creatura mostruosa (prodotto di questa conoscenza) e del ruolo sociale della collettività.

Ecco che nasce Frankenstein o Il moderno Prometeo. Già Mary Shelley svela molto con il sottotitolo poiché mette chiaramente in discussione la moralità e l’autocompiacimento tipico del genere umano che, spinto dalla sete di appagare la propria conoscenza, antepone se stessa alla volontà della natura. Cosa c’è, dunque, di più drastico che dare la vita?

Il focus del romanzo è tutto qui e, attraverso le pagine del romanzo, l’autrice mostra l’insaziabile sete di conoscenza – e di potere – del genere umano e la sua – altrettanto naturale – predisposizione al giudizio (troppo spesso sommario). Ed ecco che la creatura (non nata crudele) muta adattandosi ad un contesto che la emargina, condannata per partito preso e che non le permette di integrarsi. Un’indifferenza e una repulsione che nutrono un odio profondo nella creatura che diventerà cattiva e che lo stesso Victor Frankenstein ha contribuito ad alimentare.

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Quanto c’è di simile e di differente nelle due versioni di Frankenstein?

Ma cosa c’è di diverso nel film di Gulliermo Del Toro? Dal punto di vista narrativo il regista è stato furbo perché parla esplicitamente di “adattamento” e altro non potrebbe essere poiché le differenze ci sono e risultano anche abbastanza evidenti: la prima – e più evidente – è il desiderio di umanizzare ancora di più la creatura facendo sì che questa subisca e non ottemperi mai il suo diritto/dovere di essere mostruosa, c’è poi la totale assenza della compagna richiesta a Victor e, infine, le vittime ci saranno in entrambe le storie ma i carnefici (almeno materiali) non verranno mia rispettati.

Nel romanzo Victor inizia a creare una compagna alla sua creatura ma poi, spaventato da una progenie mostruosa, desiste e la distrugge. la distruzione fa impazzire dal dolore la creatura che, probabilmente, diventa davvero umana avendo provato – ormai – tutta la gamma delle emozioni umane; Del Toro nega questa possibilità alla sua creatura al quale Victor dice semplicemente no. Troppo poco e troppo frettolosamente nell’arco narrativo.

La creatura, infine, della Shelley diventa davvero crudele e commetterà degli atti indicibili (quindi siamo nella fase di vittima ma anche carnefice) e, invece, in del Toro è solo una componente accennata (non dico altro per non svelare troppo).

Questo rende la storia, per chi la conosce, un po’ troppo amara e , a tratti, decisamente un po’ troppo romantica (intesa in senso emotivo) e devo ammettere che le scelte di sceneggiatura mi fanno ancora riflettere; combattuta se mi sia piaciuto oppure no. Questo, probabilmente, è un buon segno poiché indica comunque un conflitto anche nel mio giudizio (seppur personale) ma spero davvero che non sia stato edulcorato per non urtare troppo; secondo le attuali politiche del body shaming o quant’altro – che personalmente sottoscrivo ma che, in un’opera datata come questa – centrerebbe come il cavolo a colazione.

Soprattutto la creatura è sì pura ma per avvertirla veramente come tale è necessario che, da buono eroe della storia, debba cambiare (anche peggiorando come avviene nel romanzo) per poi, eventualmente, avvertire il senso di colpa (sempre come avviene nel romanzo) e decide di isolarsi per l’eternità. Tutta questa complessità viene a mancare nella visione di Del Toro anche se la capacità fattoriale di Oscar Isaac e di Jacob Elordi siano state davvero notevoli. La creatura perde la mostruosità che sì ci fa incupire ma che rende anche più criticabile la scelta iniziale del suo creatore che ha realizzato qualcosa (o qualcuno) senza considerare le implicazioni morali e le conseguenze.

In questo la clausola de Il moderno Prometeo viene drammaticamente a mancare.