Per la rubrica settimanale Il cinema di Ingmar Bergman, oggi parliamo di Città portuale, film indispensabile per la maturazione artistica del regista svedese.
La storia parla di Gösta e Berit, due ragazzi che si incontrano in un porto avvolto dalla nebbia. Lui è un marinaio, lei una giovane donna con un passato difficile. Il loro amore sboccia per caso e si trasforma, diventando per entrambi un’opportunità di riscatto e di speranza. Attorno a loro un panorama buio e grigio, che sembra solo amplificare le loro paure. La nebbia avvolge tutto il paesaggio che diventa specchio della vita dei protagonisti: un futuro incerto e un passato colmo di ombre.
Sappiamo già che per Bergman uno dei temi centrali, ricorrente in gran parte della sua filmografia, è la famiglia, che assume però un ruolo ambivalente: un intreccio di protezione e di ferite. Berit porta addosso le ferite di un’infanzia tormentata e di un rapporto particolarmente conflittuale con la madre. La sua sofferenza riaffiora nei flashback che rivelano solitudine e rifiuto.
Dal punto di vista stilistico, il film segna una vera e propria evoluzione: dopo alcuni lavori incerti, Bergman sperimenta con maggiore sicurezza, sia nella messa in scena sia nella costruzione dei temi. Nonostante la produzione sia ancora acerba, si avverte già la volontà di trovare un linguaggio personale, capace di andare oltre il semplice racconto realistico. Per questo motivo possiamo constatare che Città portuale sia un’opera preziosa, perché racchiude molti degli elementi che Bergman svilupperà negli anni successivi.
Il film non è di certo un capolavoro, ma rappresenta una tappa fondamentale per comprendere come si formi un autore in cerca della propria voce. Il Bergman giovane e ancora acerbo di Città portuale sa già toccare temi universali come la famiglia e la solitudine. E se la dimensione resta imperfetta, le immagini possiedono comunque un’eco potente, che risuona come una lotta interiore capace di appartenerci tutti.
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