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La cronologia dell'acqua

La cronologia dell’acqua: un’immersione nella memoria

La cronologia dell’acqua, opera prima di Kristen Stewart, rivela il talento della regista, capace di orchestrare un racconto perturbante, dirompente e viscerale 

Frutto di un lavoro durato otto anni, La cronologia dell’acqua rappresenta per Kristen Stewart un progetto profondamente personale. Adattamento dall’omonimo romanzo autobiografico di Lidia Yuknavitch, il film nasce da una fascinazione immediata per il testo, che la regista ha così descritto: “Fin dalla prima pagina ho sentito una corrente elettrica: un viaggio frastagliato e non lineare attraverso trauma e memoria, diverso da qualsiasi cosa avessi mai letto”. Il lungometraggio è stato presentato in anteprima mondiale il 16 maggio 2025 in occasione della 78ª edizione del Festival di Cannes, in concorso nella sezione Un Certain Regard, dove era in competizione per la Caméra d’or.  

La cronologia dell’acqua, la trama

Cresciuta in un ambiente segnato dalla violenza e dall’alcol, Lidia (Imogen Poots) è una giovane donna che cerca di emanciparsi da un passato doloroso e di trovare la propria pace interiore. Dopo essersi allontanata dalla famiglia, approda all’università, dove scopre nella letteratura uno spazio di libertà e di espressione. Attraverso la scrittura, la protagonista intraprende un percorso intimo alla ricerca della propria identità, confrontandosi con il peso della memoria e con le ferite della propria esperienza.

Un flusso di coscienza cinematografico

Kristen Stewart non tradisce l’urgenza emotiva del suo esordio dietro la macchina da presa, dando forma a un’opera frammentata e allucinatoria. La cronologia dell’acqua assume una struttura profondamente istintiva e neurologica, simile al movimento imprevedibile di un sogno, fino a trasformarsi in un incubo attraversato e sviscerato da un incessante flusso di coscienza, dissezionato in una struttura febbrile e ridondante. La regista traduce in linguaggio filmico la complessità del testo di Yuknavitch, e servendosi di una sintassi visiva frastagliata crea un viaggio attraverso la memoria e il trauma, in cui il dolore si sostanzia in materia poetica attraverso l’occhio della macchina da presa.

Kristen Stewart: regista

Emancipatasi dal ruolo che l’ha resa celebre in Twilight, Kristen Stewart si è affermata come una delle attrici più apprezzate della sua generazione. Prima americana a vincere un César per Clouds of Sils Maria e candidata all’Oscar per Spencer, ha lavorato con autori come David Cronenberg, Pablo Larraín, Woody Allen, Olivier Assayas e Kelly Reichardt. Pertanto, il debutto alla regia si configura così come una naturale estensione della sua ricerca espressiva.

La regista gioca con il linguaggio cinematografico fino a decostruirlo. Proprio come l’acqua, elemento sfuggente e in continuo mutamento, il film è una continua ricerca della forma capace di tradurre in immagini le emozioni di Lidia. Per farlo, Stewart ricorre a dissolvenze incrociate, montaggio frammentato e continui slittamenti temporali, costruendo una messa in scena sinestetica in cui il corpo diventa rivestimento espressivo e narrativo.

Imogen Poots, corpo e anima

“È straordinaria. Non recita una storia, cerca di comprenderla. Interpreta Lidia dai 17 ai 40 anni con un’autenticità totale”. Con queste parole la regista ha raccontato la scelta di Imogen Poots come protagonista, individuata fin da subito come l’interprete ideale per il ruolo, quasi come se il personaggio fosse stato scritto su misura per lei. L’attrice restituisce, attraverso una prova intensa e disturbante, tutto il peso del dolore, delle dipendenze e degli abusi che segnano il percorso di Lidia. Stewart strizza l’occhio al cinema delle origini e riduce quasi a zero i dialoghi, lasciando emergere la forza della silenziosa espressività di Poots, che non necessita di parole per emozionare e scuotere lo spettatore.

La fisicità della protagonista non viene idealizzata né spettacolarizzata, ma mostrata nella sua vulnerabilità, nelle sue tensioni e contraddizioni. Attraverso gesti minimi, posture, movimenti e silenzi, Poots restituisce ciò che spesso non può essere espresso verbalmente. Il corpo diventa così una forma di linguaggio alternativo alla parola. Grazie alla performance dell’attrice, l’opera assume una dimensione in perfetto equilibrio tra tensione materica e dissoluzione somatica. Tale dialettica si manifesta nel sangue impetuoso e pulsante di Lidia, con cui la pellicola si apre, e nell’acqua che la conclude: metafora della memoria stessa, fluida, instabile e impossibile da contenere completamente, unico luogo in cui alla protagonista è concesso il non essere.

La cronologia dell’acqua, in sintesi

L’esordio alla regia di Kristen Stewart è un audace e destabilizzante viaggio nella memoria di un personaggio segnato da abusi e dipendenze. La regista disarticola il linguaggio filmico attraverso una sensibilità poetica e percettiva, privilegiando una messa in scena emotiva e sensoriale rispetto alla linearità del racconto. Al centro della sua ricerca vi è il corpo, inteso come materia narrativa e come estensione dello spazio interiore dei personaggi. Così come per Lidia la scrittura rappresenta la possibilità di sottrarsi alla croce esistenziale che la imprigiona, il corpo desomatizzato nell’acqua, nella sintassi filmica, diventa il luogo in cui trauma e memoria trovano una forma espressiva.

🎬 Valutazione

Regia
★★★★★
Interpretazioni
★★★★
Storia
★★★★
Emozioni
★★★★
🏆 Voto Totale
4.3
★★★★