La prova: il true crime svedese di Netflix, la recensione su Almanacco Cinema

La prova: il true crime svedese di Netflix, la recensione

“La prova”, una miniserie crime prodotta da Netflix, che racconta la storia vera di un duplice omicidio commesso in Svezia nel 2004 e risolto solo dopo 16 anni.

In un’epoca in cui il true crime punta sempre più sulla spettacolarizzazione del macabro, La Prova, serie scritta da Oskar Söderlund e diretta da Lisa Siwe, si distingue per una narrazione anti-spettacolare.

Basata sul libro della giornalista Anna Bodin e del genealogista Peter SjölundThe Breakthrough (tradotto in italiano come La Svolta – forse un titolo che sarebbe stato più calzante rispetto a quello scelto poi per la serie), racconta la lunga indagine dietro il duplice omicidio di Mohamad Ammouri e Anna-Lena Svensson (nella serie Adnan e Gunilla), avvenuto a Linköping il 19 ottobre 2004, a carico dell’assassino Daniel Nyqvist (David nella serie), che verrà identificato solo 16 anni dopo grazie all’utilizzo della genealogia genetica.

La trama

19 ottobre 2004, Linköping contea di Östergötland, Svezia. Adnan, un bambino di otto anni di origini libanesi, si sta recando a scuola quando viene improvvisamente aggredito da un uomo che lo accoltella a morte. Gunilla, una donna di 56 anni di passaggio, assiste alla scena e cerca di intervenire, ma viene a sua volta pugnalata. Morirà qualche ora dopo in ospedale. L’unica testimone oculare dell’accaduto è una donna che, a causa del trauma, perde completamente la memoria dell’evento e non riesce a identificare subito l’assassino. Sulla scena del crimine, la polizia rinviene un coltello e un berretto insanguinato, dal quale riesce a estrarre tracce di DNA dell’assassino.

Un dettaglio fondamentale, che emerge fin da subito, è che le vittime non hanno nulla in comune, se non il fatto di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Identificare il killer si rivela un’impresa ardua: non è un serial killer, non segue un modus operandi definito e non sembra avere un legame con le vittime.

La polizia avvia un’enorme campagna di raccolta del DNA, invitando tutti gli uomini della città tra i 15 e i 30 anni a sottoporsi al test, ma senza successo. L’indagine viene affidata al detective John Sundin (Peter Eggers), che si ossessiona con il caso al punto da sacrificare la sua vita privata, il matrimonio e persino il rapporto con il figlio appena nato. Nonostante gli sforzi, l’identità del killer rimane un mistero e dopo 16 anni di indagini infruttuose, il caso rischia di cadere in prescrizione.

È allora che il detective John Sundin decide di tentare un’ultima e disperata strada: la genealogia genetica. Si rivolge a Per Skogkvist (Mattias Nordkvist), un genealogista che sostiene di aver sviluppato un metodo rivoluzionario per mappare l’eredità genetica delle persone. Sebbene controverso e ai limiti della legalità, il suo metodo si rivelerà determinante per risolvere il caso e identificare finalmente il colpevole.

La prova: un true crime “sui generis”

“Martedì 19 ottobre 2004 ha avuto inizio un’indagine per omicidio che è diventata la seconda indagine criminale più grande della storia svedese”.

Questa frase introduce ogni episodio, lasciando immaginare una narrazione adrenalinica, ma non è così. La Prova non è un classico investigativo, o un giallo pieno di colpi di scena e cliffhanger di fine puntata; piuttosto punta a coinvolge dal punto di vista emotivo con una narrazione distesa. Alcuni potrebbero trovarla “lenta”, rispetto ai ritmi narrativi a cui siamo abituati oggi, ma la sua cadenza è perfettamente calibrata sul senso profondo del racconto, perché ciò che la serie vuole raccontare è una storia di giustizia, seppur tardiva, una storia di perseveranza e lotta, con un messaggio molto forte nel finale.

Le tempistiche del racconto danno il tempo di approfondire le storie personali dei vari personaggi. Il detective e il genealogista, seppur in modi diversi , condividono la stessa ossessione e la stessa frustrazione. Il primo ha inseguito la verità per sedici anni, tentando invano di risolvere il caso, sacrificando persino il rapporto con suo figlio. Il secondo lotta per far riconoscere il proprio lavoro, arrivando a trascurare la figlia con evidenti problemi sociali. Le famiglie delle vittime, poi, convivono con un dolore che nemmeno la risoluzione del caso può lenire.

A differenza di molte serie true crime, La prova evita il sensazionalismo e si concentra sulla tenacia delle indagini e sull’impatto che un caso irrisolto può avere su chi lo vive, anche solo di riflesso: le famiglie delle vittime, gli investigatori e la comunità. Il risultato è un racconto sobrio ma potente, che esplora non solo la scienza forense, ma anche l’ossessione della giustizia, il trauma e il peso della memoria.

La risoluzione del caso (contiene spoiler)

Il 9 giugno 2020, sedici anni dopo il duplice omicidio, Daniel Nyqvist (David nella serie), 37 anni, viene arrestato grazie ai dati recuperati dal genealogista. Confessa subito, spiegando di aver ucciso spinto dalle voci nella sua testa, che gli promettevano pace interiore dopo il delitto di due persone. Classificato come psicotico, viene condannato a una pena detentiva psichiatrica a tempo indeterminato.

Ma l’identificazione del colpevole non porta sollievo. Le vittime non sono davvero “vendicate” e alla fine, conoscendo il killer e la sua storia, si prova quasi pena per lui. La prova non chiude con un senso di giustizia compiuta, ma con un’amara riflessione: viviamo in un mondo in cui solitudine e disagio passano inosservati e l’indifferenza può essere letale, per chi la vive e non solo.

I temi che la serie affronta sono tanti, più profondi e importanti, rispetto ai classici dalle serie true crime. La Prova si fa carico di messaggi forti come la depressione, l’emarginazione sociale e la difficoltà nel riconoscere le diverse forme di sofferenze, alcune visibili altre invisibili.

Conclusioni

La fotografia e la colonna sonora accompagnano la narrazione con eleganza, evitando spettacolarizzazioni macabre (di fatto non si vedono mai i corpi degli assassinati). I suoi toni sobri, pacati, quasi accademici, ricordano lo stile di Stefano Nazzi nel podcast Indagini (Il Post), mentre la scelta di concentrarsi sui personaggi collaterali all’omicidio, alle loro storie e personalità, non può che ricordare la recente serie italiana Qui Non è Hollywood di Pippo Mezzapesa (leggi qui la nostra recensione!) sul caso Scazzi.

Vi consigliamo di guardarla, non solo perché è un’opera di qualità ben costruita, ma perché offre uno spunto di riflessione su temi profondi sulle molteplici forme del disagio umano.

La prova, una meniserie di 4 puntate, è su Netflix. Ecco una clip: