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No Other Land, la recensione su Almanacco Cinema

No Other Land: non esiste un’altra terra, la recensione

No Other Land è un film-documentario scritto, diretto e montato integralmente da un collettivo israelo-palestinese presentato in anteprima il 17 febbraio 2024 al 74° Festival di Berlino nella sezione ‘Panorama’, e di recente candidato agli Oscar 2025 come miglior documentario.

I filmati seguono le terribili vicende della comunità di Masafer Yatta, un agglomerato composto da circa 20 villaggi palestinesi sparsi tra le colline di Hebron nel territorio occupato della Cisgiordania Meridionale.

Si tratta di un’area di delicato equilibrio dove gli abitanti convivono a stretto giro con i coloni che è stata improvvisamente dichiarata nel 2022 ‘zona di addestramento militare’ dalla Corte Suprema Israeliana costringendo coloro che in quei territori erano nati e cresciuti a una lotta continua e pericolosa per la permanenza contro i soprusi dell’esercito.

Questa straordinaria storia di resistenza attiva prende vita attraverso le coraggiose riprese della videocamera dell’attivista Basel Adra, originario della zona, supportato nell’impresa dal giornalista israeliano e coetaneo Yuval Abraham.

Alla realizzazione hanno partecipato anche l’autore palestinese Hamdan Ballal e l’attivista israeliana Rachel Szor a coronamento di un progetto che riesce, tra le altre cose, a mettere insieme le forze di persone appartenenti a due popoli, che troppo spesso vengono presentati come inesorabilmente distanti, a difesa di una causa comune, in questo caso a protezione delle libertà fondamentali degli individui e a rivendicazione del diritto degli uomini di restare nella propria terra d’origine.

Una storia di resistenza pacifica

Il racconto caratterizzato da uno stile molto essenziale e diretto procede lungo una linea temporale che parte dalla crescita di Basel a Masafer Yatta e mostra la sua rapida presa di coscienza del difficile stato delle cose con la conseguente ricerca instancabile dei metodi da utilizzare per cercare di poter determinare ad ogni costo il futuro della sua comunità minacciata dall’esproprio, aiutato nella complessa operazione dall’amico Yuval.

Il metodo è un mezzo, il mezzo è la videocamera, l’unica ‘arma’ che egli pone tra se e l’esercito israeliano nella speranza che quelle immagini così crude e taglienti possano arrivare dove la legge non può e assieme all’organizzazione di alcune manifestazioni sul territorio possano far vedere cosa succede a voler semplicemente restare dove si è nati, ad essere nati in quello che qualcun altro per te ha deciso che sia il ‘posto sbagliato al momento sbagliato’.

Ciò che salta agli occhi è la straordinaria resilienza di uomini, donne e bambini che vogliono solamente rimanere lì dove gli antenati prima di loro hanno costruito con difficoltà l’avvenire della propria comunità sin dai tempi del mandato britannico degli anni ‘20.

Nel luogo dove hanno assaporato il mormorio delle albe e la serenità dei tramonti, dove hanno mangiato, corso, gioito, amato, sofferto, li dove in poche parole hanno vissuto e hanno formato la loro identità.

Ed è così che, dove l’esercito provoca cementificando i pozzi d’acqua e demolendo ripetutamente le abitazioni e le scuole, loro puntualmente, senza utilizzare violenza, reagiscono.

Dopo aver assistito impietriti per l’ennesima volta alla scena dei bulldozer israeliani che accartocciano le loro abitazioni come lattine di alluminio prendono tutti i loro averi, puliscono e trasportano i loro materassi impolverati dai residui delle macerie spostandosi un po’ più in la, ancora una volta, ma senza andarsene. E con più volontà di prima, quando l’esercito se ne va, ricostruiscono e ripartono senza prospettiva.

In questo circolo vizioso è interessante anche capire come i punti di vista sul perseverare nella lotta cambiano nei dialoghi tra Basel e Yuval.

“La speranza” nella condizione di Basel è la prima ad andarsene ma paradossalmente l’ultima a morire, è “un privilegio di chi può tornare a casa libero la sera, spostarsi o votare” dice lo stesso riferendosi senza malizia a Yuval.

Il combattere per l’uno non è quindi un’azione ma una condizione necessaria, un atto che deve essere compiuto indipendentemente dalla sua riuscita o meno.

A questo proposito in un passaggio, quando Yuval è afflitto perché non vede i frutti immediati del loro lavoro di documentazione e divulgazione, Basel che lavora al ‘progetto’ da molto più tempo con tono ironico afferma “abituati al fallimento, sei un perdente”.

No Other Land, la recensione su Almanacco Cinema

L’autodeterminazione nell’era della sopraffazione

No Other Land non è quindi soltanto un titolo, è un imperativo categorico, una manifestazione di autodeterminazione che parte dal concetto che un’altra terra non c’è perché non ci si può dimenticare quella a cui si appartiene.

Il documentario fa capire senza sensazionalismi narrativi la cruda realtà della situazione di Masafer Yatta che può essere replicata per diverse piccole comunità di confine che lottano per un riconoscimento contro la sopraffazione criminale di autorità autoimposte come nel caso di Israele.

L’intento simbolico delle varie distruzioni e demolizioni è quello di voler fare terra bruciata delle identità e della consapevolezza che un popolo ha di se stesso mentre l’intenzione strategica è quella, come viene sottolineato nel documentario da alcuni protagonisti, di costringere la minoranza ad assembrarsi tutta nella così detta “città affollata”, probabilmente per rendere la massa più circoscritta e controllabile.

Diverse sono le scene in cui vorremmo intervenire, vorremo urlare e ci si gonfiano gli occhi dalla rabbia, in cui per un attimo si blocca il tempo e non possiamo far altro che pensare a come sia possibile tutto questo, fino a che punto si può spingere l’essere umano.

In conclusione

Le riprese si concludono nell’ottobre 2023, poco dopo che il premier israeliano Netanyhau, in seguito alla carneficina compiuta da Hamas il 7 di ottobre, comincia ad avviare la brutale rappresaglia che si trasformerà nel giro di poco più di un anno in un vero e proprio genocidio che ad oggi conta oltre 40000 morti e numerosi feriti, e che ha determinato la quasi totale distruzione di Gaza.

L’ultima ripresa di Basel risale al 13 di ottobre e mostra bene come la situazione si fosse ulteriormente inasprita, da quel momento infatti anche i coloni, colpevolmente protetti dall’esercito, cominciano a provocare ed attaccare i villaggi armati.

Appare a tutt’oggi incerto il destino di Masafer Yatta come dei villaggi limitrofi di cui non vi è traccia nei notiziari e negli organi d’informazione mainstream.

Ciò che ci rimane è solo questa testimonianza, una goccia nell’oceano, con cui speriamo che la vita di Basel, della sua comunità, e di tante altre appese a un filo possano prima o poi trovare un lieto fine.

Recensione a quattro stelle su Almanacco Cinema

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