28 anni dopo

28 anni dopo: Il tempio delle ossa, la recensione

28 anni dopo: Il tempio delle ossa esce a distanza di un anno dal precedente e cambia di nuovo le carte in tavolo di un franchise in continua evoluzione.

Mentre il suo precedessore dello scorso anno si apriva con la distruzione della civilizzazione pop che tutti noi conosciamo – un bambino che guarda i Teletubbies – 28 anni dopo: Il tempio delle ossa si apre con la ripopolazione di quei luoghi sociali, oramai abbandonati a sè stessi. La perdita dell’innocenza di un bambino che guarda la tv, qui è rimpiazzata da un bambin costretto ad uccidere, mentre è l’umanità a morire, e non la società.

28 anni dopo: Il tempio delle ossa riprende narrativamente proprio da dove si era fermato quel capolavoro di 28 anni dopo, riproponendo alcuni dei personaggi che già avevamo iniziato ad amare proprio un anno fa. Il quarto capitolo di questa saga si incastra alla perfezione, contribuendo ad inanellare l’ennesimo successo ed un’evoluzione lineare precisa in questo universo espanso.

28 anni dopo: Il tempio delle ossa

28 anni dopo: Il tempio delle ossa non è più diretto da Danny Boyle, bensì da Nia DaCosta che riesce ad esternare il suo talento, nonostante l’ultimo suo progetto – l’orrendo The Marvels. Nel cast ritroviamo Alfie Williams nei panni del bambino Spike, Ralph Fiennes nel ruolo del dottor Ian Kelson – in una delle sue migliori performance – e Jack O’Connell ripropone il personaggio appena accennato di Sir Lord Jimmy Crystal.

Dopo gli eventi del film precedente, Spike si ritrova suo malgrado nel gruppo di Jimmy, una setta satanista che segue il piano definitivo del Grande Caprone – Satana. Intanto, il dottor Kelson approfondisce i suoi studi sugli infetti – non zombie – soprattutto grazie a Samson, uno degli infetti Alpha che già avevamo visto nello scorso capitolo.

Morte e rinascita

Come già accennato qualche riga sopra, questo film è speculativo del precedente, ma opposto. Mentre la divisione tra terraferma ed isola metteva in risalto le differenze antitetiche di un mondo che non è più tale – grande metafora della Brexit – qui l’ambientazione è unicamente quella dei boschi e dei countryside britannici. La civilizzazione è morta, ma non la civiltà. Decesso e rinascita.

Ma, come la deriva di The Walking Dead ha esaltato il contrasto tra umani ed umani, piuttosto che tra zombie e non infetti, in questo splendido capitolo della saga iniziata nel 2002, gli zombie sono la parte meno rilevante del racconto. Il conflitto della storia che si riscrive soggettivamente per ogni piccolo gruppo di sopravvisuti incarna la decostruzione di una società che non esiste più. E, non a causa degli infetti.

28 anni dopo

Memento mori

La morte, non intesa meramente come fine della vita, era un concetto che già era stato introdotto meravigliosamente. In questa pellicola, soprattutto grazie al personaggio di Kelson e quello di Jimmy, prende una svolta meno emotiva ma più profonda. Soprattutto, evidenziata dalla grande importanza che il tema assume in corrispondenza delle religioni.

Un passaggio tra un mondo all’altro, niente di più. Avviene randomicamente ed è una diretta conseguenza della vita stessa. Se non ci fosse la morte, non dovrebbe essersi neanche la vita. Le azioni dei personaggi di questo mondo sono dettati non tanto dalla paura della morte, ma nel coraggio del sacrificio. Il mondo che una volta si sgretolava, ha ancora una possibilità. Una speranza.

L’umanità in cinque capitoli

Questo sequel chiude tutto in uno spazio minuscolo. I campi larghi sono annientati. La comunità c’è o no? Aiutato anche da un’interessantissima colonna sonora – quella originale e quella non, con pezzi dei Radiohead, Duran Duran e Iron Maiden – il film è la perfetta dichiarazione di speranza sui tempi moderni. Un resoconto di quello che stiamo vivendo e che, il tempo e la memoria, non devono cancellare, ma rafforzare. Persino il ritorno di Cillian Murphy si salva proprio per questo.

Insomma, nonostante le aspettative iniziali all’annuncio non fossero delle migliori, 28 anni dopo: Il tempio delle ossa è l’ennesima dimostrazione di forza di Alex Garland e di questo franchise. Speriamo bene per il futuro e che, magari, Danny Boyle riprenda completamente in mano la saga che lui stesso a creato. Sperando, anche, che il mondo in cui tutti noi viviamo, non inizi a distruggersi. Per colpa nostra.

🎬 Valutazione

Regia
★★★★
Interpretazioni
★★★★
Storia
★★★★
Emozioni
★★★★
🏆 Voto Totale
4
★★★★