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Barry Lyndon

Barry Lyndon: decadenza di un signor nessuno

Barry Lyndon, sfigato nobile irlandese, fortunato aristocratico inglese, in ogni sua forma è un capolavoro storico nascosto da una fotografia senza pari.

“Fu durante il regno di Giorgio III che i suddetti personaggi vissero e disputarono. Buoni o cattivi, belli o brutti, ricchi o poveri, ora sono tutti uguali”.
Due uomini, distanti, uno di fronte all’altro con delle pistole. Si guardano. È un duello, uno stallo ben preciso, con delle regole. Uno dei due muore, ma nessuno dei due si vede in faccia. In sottofondo, Sarabande di George Friedrich Handel.

L’intercambiabilità e la viziosità del circolo aristocratico-dinastico è riassunto precisamente in una scena di circa 30 secondi. L’intera epopea di 180 minuti e passa potrebbe riassumersi in questa breve sequenza, anche più breve di un cortometraggio. Il rapporto umano tra umani, e con sè stessi. Tutto questo è Stanley Kubrick, tutto questo è Barry Lyndon, che torna nelle sale italiane da oggi, 16 marzo, fino a mercoledì 18.

Barry Lyndon

Dopo aver abbandonato il progetto del mastodontico Napoleon con Jack Nicholson nel ruolo titolare, Kubrick mantenne la volontà di realizzare un’epopea storica. Questa sua velleità concettuale si trasformò in un’esigenza pratica quando lesse il romanzo Le memorie di Barry Lyndon di William Makepeace Thackeray. I personaggi di quel mondo, l’inaffidabilità di un protagonista disonesto e l’incisione di una storia in una singola frase.

Così nacque nel 1975 Barry Lyndon, decimo film del regista, anche sceneggiatore e produttore assieme a Warner Bros. Il film segue la vita di Redmond Barry – un perfetto Ryan O’Neal – giovane irlandese che si innamora perdutamente della cugina e che ne uccide il fidanzato, costringendolo alla fuga ed alla involontaria carriera militare, finendo poi nei circoli della società europea, dove si sposa e diventa Barry Lyndon.

Fortune e memorie di Barry Lyndon

Il film è diviso in due parti. La prima è intitolata Con quali mezzi Redmond Barry acquisì lo stile e il titolo di Barry Lyndon. La fortuna di cui si parla è in realtà semplicemente un percorso di miseria, segnato dall’unica fortuna che c’è: sopravvivere. In un mondo che si avvicina a quello guerrafondista, in cui i duelli fondano il concetto di virilità, e quindi al tempo di umanità, la chiave di tutto viene messa sempre in gioco, ovvero, la vita stessa.

Kubrick gioca, senza prendere posizioni, senza emettere giudizi di valore. Il suo intrattenimento finisce quando la nostra ideologia prende forma. Il susseguirsi di avventure in cui butta Barry sono conseguenze reali di uomini falsi. Rispetto a come lo mette in scena Martin Scorsese ne L’età dell’innocenza, Kubrick lo fa meno velatamente, e più con i gesti effettivi che con gli sguardi nascosti.

Barry Lyndon

Sventure e disastri di Barry Lyndon

La seconda parte di film si chiama Resoconto delle sventure e dei disastri che accaddero a Barry Lyndon. Inizia nel momento in cui Redmond Barry diventa a tutti gli effetti Barry Lyndon. Ma, cosa cambia realmente? La sua faccia, un tempo stremata dalle pericolosi peripezie, ora è stanca e depressa dalla monotonia di corte. Il matrimonio non lo soddisfa, tantomeno la sua vita, quanto anche quelle precedenti non gli avessero concesso la serenità.

Un corrispettivo contemporaneo sarebbe il personaggio di Matahachi nel manga Vagabond. Un guerriero, costretto a diventare tale, che sfugge dal conflitto, scappa via dalla sua vita e preferisce iniziare di nuovo piuttosto che mettere in discussione qualsiasi certezza. La fortuna non lo abbandona, nè la miseria lo abbraccia. Finalmente, ha ritrovato la sua vita, e nient’altro.

Ora sono tutti uguali

Il lavoro sui costumi, le musiche riadattate, le scenografie e l’immensa fotografia di John Alcott, al suo lavoro più incredibile e che ricalca i dipinti paesaggisti, non hanno nulla a che vedere con ciò di cui si vede. La perfezione estetica e l’aspetto aleatorio del mondo in realtà racchiudono persone ridicole, buffe, grottesche, non meritevoli di tale senso del bello. Eppure, ci passano tutti, tutti allo stesso modo.

E allora, torniamo proprio all’inizio, la primissima scena d’apertura. L’umanità, per crudele gioco del destino – che appartiene all’inesistenza più che alla vita stessa – nasce e si esaurisce tutta nel suo principio. Per quanto possa sembrare ingiusto o iniquo, tutto scende per le virtù e tutto sale per i propri vizi.
“Fu durante il regno di Giorgio III che i suddetti personaggi vissero e disputarono. Buoni o cattivi, belli o brutti, ricchi o poveri, ora sono tutti uguali”.

🎬 Valutazione

Regia
★★★★★
Interpretazioni
★★★★★
Storia
★★★★★
Emozioni
★★★★★
🏆 Voto Totale
5
★★★★★