154Views
Black Phone 2, la recensione
Black Phone 2 smentisce ogni scetticismo sui sequel: Derrickson firma un’opera crepuscolare che usa il sovrannaturale per dissezionare il dolore.
Il pregiudizio era legittimo: nel cinema di genere, il “capitolo due” è quasi sempre sinonimo di stanca reiterazione. Invece, Scott Derrickson compie un miracolo di coerenza autoriale. Black Phone 2 non è un more of the same, ma un approfondimento verticale. Se il primo film lavorava sulla claustrofobia spaziale, questo sequel opera su quella temporale: l’orrore non è più (solo) nello scantinato, ma nella memoria che non si cancella.
Black Phone 2, la regia
La regia abbraccia un feticismo per gli anni ’70 che va oltre la semplice scenografia: c’è una ricerca filologica nella grana dell’immagine, sporca e desaturata, che rimanda direttamente alla New Hollywood più ruvida. E poi c’è lui, il Rapitore. Il ritorno di Ethan Hawke è gestito con un’intelligenza rara: non una banale resurrezione da slasher movie, ma una presenza onirica, quasi un virus mentale che infetta la psiche dei protagonisti, espandendo la mitologia dell’opera senza svilirne il mistero.
La sindrome del sopravvissuto
Il vero asse portante, però, resta la performance di Mason Thames (Finney). Dimenticate il bambino spaventato; qui troviamo un giovane uomo spezzato, un trattato vivente sul survivor guilt. Derrickson ci costringe a guardare cosa succede quando i titoli di coda finiscono: il trauma non sparisce, cambia solo forma. È un approccio maturo, dolente, dove anche Madeleine McGraw (Gwen) conferma di essere l’attrice più interessante della sua generazione, gestendo il sovrannaturale con una gravitas impressionante.
Un’architettura sonora
Se visivamente il film è un omaggio al passato, l’audio è puramente contemporaneo. Il sound design è il vero antagonista invisibile: quel trillo distorto del telefono nero non è un semplice effetto, ma una punteggiatura ritmica che costruisce un’angoscia costante, preferendo il disagio strisciante al salto sulla sedia facile. È la prova che la Blumhouse, quando vuole, sa produrre cinema e non solo contenuti.
Siamo di fronte a un sequel che ha la dignità di un film autonomo. Trasforma un oggetto di scena in un totem del male e ci ricorda che i fantasmi peggiori sono quelli che ci portiamo dentro.
🎬 Valutazione
Regia
★★★★★
Interpretazioni
★★★★★
Storia
★★★★★
Emozioni
★★★★★
🏆 Voto Totale
3.3
★★★★★