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Familia, la recensione su Almanacco Cinema
Ispirato a una storia vera, Familia è un dramma che racconta il peso dell’eredità, della violenza e di un’infanzia ferita che riaffiora perpetuamente.
Francesco Costabile dimostra che una storia, e in particolare la violenza taciuta, si può raccontare con le immagini e i simboli più che con le parole. Proprio come fanno i protagonisti di Familia (2024), il regista sussurra e lascia intendere. Ispirato alla storia di Luigi Celeste, l’opera è stata presentata a Venezia 2025 nella sezione Orizzonti, e ora è fresca di candidatura agli Oscar 2026 come Miglior film internazionale. La forte formazione cinematografica del regista emerge in questa storia di violenza familiare narrata a piccole dosi. Il regista costruisce il racconto di una vita scandendo le stagioni della ciclicità del tempo incorniciando la silenziosa impotenza.
Familia, la trama
Luigi (Francesco Gheghi) e Alessandro (Marco Cicalese) vivono una quotidianità umile insieme alla madre Licia (Barbara Ronchi), una vita faticosamente ricostruita dopo anni di difficoltà. Ma il ritorno di Franco (Francesco Di Leva), ex detenuto e padre dei ragazzi, riapre una ferita mai rimarginata. Con lui torna un’ombra ineludibile, e tensioni destinate a riaffiorare. Un racconto scandito dalle stagioni della vita, attraverso un tavolo apparecchiato per quattro, poi per tre, e di nuovo per quattro.
La violenza narrata
Costabile racconta un tema complesso attraverso i simboli, creando una tensione costante percepibile. Tappezza la scenografia di chiavi di lettura: palloncini rossi durante la festa di compleanno, che rompono l’innocenza infantile quasi a far presagire la presenza costante della violenza. Luigi, nel tunnel di giri sbagliati, si ritrova su un divano e sopra di lui una gigantografia di Benito Mussolini. Costabile sembra suggerirci quanto il potere, il dominio e la violenza siano stati interiorizzati da Luigi, che li ha assorbiti, ereditati.
Familia, lo spazio domestico claustrofobico
Gli ambienti di Costabile diventano continue metafore. Le scale percorse da Licia sono un labirinto senza via d’uscita, vittima di un amore tossico e violento. Il corridoio della casa d’infanzia diventa per Luigi l’arcano di un ricordo troppo doloroso, che la mente del sé bambino ha cancellato. La casa stessa è una prigione, luogo di mero dominio e ciclicità della violenza. Il tempo scorre, gli anni passano, ma la signora violenza non ammette cambiamento reale.

L’eredità della stasi
Luigi e suo padre Franco condividono una caratteristica che è condanna: la staticità. Ossia la mancata evoluzione, il mancato cambiamento, la mancata consapevolezza. Entrambi, in un modo e nell’altro, sono figure minerali, incapaci di un miglioramento. Un Luigi bambino continua a correre, lo fa senza sosta, come a cercare la risoluzione del trauma, come a fuggire da un destino scritto. Solo la rottura del ciclo di violenza fermerà la corsa perpetua del suo io più profondo. In questo modo, la violenza non è solo un evento, ma viene trasmessa come una condanna.
Il binocolo nero
Costabile restringe l’inquadratura in un cerchio centrale claustrofobico, lasciando nero tutto intorno. Questo effetto “binocolo” è una scelta registica ricorrente in scene precise: quelle di violenza o di intimità. È lo sguardo deformato di un bambino che spia e che ancora non comprende. È l’occhio del trauma deformato, mai integrale, che non permette di vedere la realtà oggettiva. Proprio come i protagonisti, lo spettatore è costretto a guardare solo all’interno del cerchio, incapace di sfuggirgli. Una scelta che ingloba chi guarda, privandolo della libertà di scegliere e cercare respiro.
Familia, tutto è nel posto giusto
Familia è un film in cui lo spettatore vive lo spazio domestico e dell’intimità entrando nel silenzio e nell’impossibilità pungente dei personaggi. Francesco Gheghi costruisce un personaggio intenso e singolare. Barbara Ronchi è una donna e madre che trattiene, ama i figli, ma nulla può contro un destino scritto. Di Leva è il volto di una violenza che si sente, interpretazione che gli è valsa il David di Donatello come miglior attore non protagonista. E Tecla Insolia, delicata e irruenta al tempo stesso. Nonostante la violenza, l’amore c’è, è forte ed espresso dagli occhi dei protagonisti. Tutto è nel posto giusto, segno di una regia che sa raccontare con raffinatezza, potenza e unicità.
🎬 Valutazione
Regia
★★★★★
Interpretazioni
★★★★★
Storia
★★★★★
Emozioni
★★★★★
🏆 Voto Totale
4
★★★★★
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