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L'odio

L’odio: la fusione tra Pasolini e Tarantino

L’odio di Mathieu Kassovitz compie trent’anni ma è sinonimo ancora oggi di uno stile di vita, di spirito di sopravvivenza, di una condizione di rivalsa sociale.

Siamo nel 2025, a trent’anni dall’uscita di questo film ormai diventato un cult. Nessuno avrebbe potuto immaginare, in quel lontano 1995, che L’odio sarebbe diventato un film simbolo per diverse generazioni di ragazzi a soli pochi decenni dal suo debutto in sala.

Ancora oggi, infatti, la pellicola sconvolge per la sua potenza e per la sua estrema attualità. Sembra incredibile che un prodotto in bianco e nero, di un regista sconosciuto e con attori perlopiù emergenti, tra cui un enorme Vincent Cassel, possa essere conosciuto, visto e rivisto anche dai più giovani.

Tutti ricordano e citano la scena allo specchio in cui Vinz, interpretato appunto da Cassel, finge di avere una pistola in mano e grida verso lo specchio: “Ma dici a me? Stai parlando con me?”. Probabilmente senza sapere che la scena in questione è uno splendido omaggio a Taxi Driver (Martin Scorsese, 1976) ma per il momento è sufficiente questo.

L’odio, di cosa parla

Siamo in Francia nel 1995 e più precisamente all’interno delle borgate di Parigi. Tre amici, appartenenti a tre etnie diverse, vivono nello stesso stabile di case popolari e passano le giornate tra piccoli crimini, allenamenti e chiacchierate con gli amici. La sofferenza dovuta alle loro condizioni di vita è estremamente alta e le proteste e gli scontri con la polizia sono all’ordine del giorno. Uno degli ultimi scontri è stato però più violento del solito e un loro carissimo amico è stato picchiato dalle forze dell’ordine e si trova in ospedale in fin di vita.

Vinz, il protagonista, riesce a recuperare una pistola e giura che se il suo amico dovesse morire, scenderà in strada e ucciderà il primo poliziotto che gli capiterà davanti.

Tra Pasolini…

I temi trattati dal film ci ricordano subito l’ambientazione delle prime pellicole di Pier Paolo Pasolini. Pensiamo al suo esordio con Accattone (1961) o a Mamma Roma (1962) e alle storie che raccontano. Anch’esse sono ambientate tra le borgate più povere, in questi due casi a Roma, e ci mostrano la difficile vita degli accattoni appunto, dei poveracci che cercano di sopravvivere come possono attraverso piccoli crimini.

Furti, estorsioni e sfruttamento della prostituzione sono le principali attività per sbarcare il lunario. I protagonisti di queste storie sono gli ultimi, gli esclusi della società, i reietti della città. Come lo Stato non vuole avere a che fare con loro, allo stesso modo loro non si sentono parte dello Stato e vogliono rimanere a tutti i costi fuori dalle convenzioni del mondo capitalista. Non vogliono contribuire con le tasse, non vogliono lavorare e non vogliono essere disturbati.

In qualche modo devono però sopravvivere ed ecco che si ingegnano con l’organizzazione di qualche crimine. La società e lo Stato si sono dimenticati di loro e loro non vogliono più avere a che fare con le istituzioni. Non accettano che per non morire di fame si debba sottostare a certe condizioni e si ribellano come possono.

Così si comportano gli accattoni di pasoliniana memoria e allo stesso modo e per i medesimi motivi agiscono i tre ragazzi nel film di Kassovitz.

…e Tarantino

Gli elementi che hanno contribuito al successo del film sono senza dubbio la regia e la sceneggiatura. La messa in scena è ritmata e le situazioni presentate sono varie e raccontate in modo coinvolgente. I dialoghi sono tuttavia l’aspetto più tarantiniano del film. I tre protagonisti parlano tra di loro degli argomenti più assurdi, della loro vita quotidiana e lo fanno con una naturalezza incredibile.

Alcuni personaggi sono poi stravaganti e, seppur compaiano poco sullo schermo, ben caratterizzati. Certe situazioni sembrano veramente uscite da Pulp Fiction (Quentin Tarantino, 1994) e a volte abbiamo la sensazione di assistere a dei dialoghi tra Vincent Vega e Jules Winnfield per quanto sono assurdi e quotidiani allo stesso tempo.

Cito solo una scena: i ragazzi al bagno pubblico che cercano di convincere Vinz a non uccidere nessuno e il vecchio che esce dal gabinetto esclamando: “Ci si sente proprio bene dopo una bella cagata!”. Egli gli racconta poi un aneddoto molto simbolico sulla sua vita, prima di andarsene lascando i ragazzi allibiti. Quella sarà una delle chiavi di lettura del film.

L'odio

La lotta come unica ragione di vita

“L’odio chiama l’odio”, dirà qualcuno ad un certo punto nel film. Proprio questo però è lo stile di vita degli abitanti di quell’ambiente. Odiare, combattere contro un sistema che non accettano e che non va bene, questa è la parola d’ordine. Combattere è necessario e la lotta non può mai terminare. I giovani protagonisti hanno sempre il primario bisogno di ribellarsi, di lottare, di andare contro a un sistema in cui non si riconoscono.

Talvolta senza nessun valido motivo e apparentemente solo per il piacere di fare confusione ma in realtà con un valido principio: Ci sono due schieramenti, ci siamo noi contro di loro e bisogna sempre lottare e ribellarsi, per tutta la durata della nostra vita. Per loro combattere e scontrarsi con i canoni della società è vitale coma mangiare e dormire e questo aspetto nessuno lo cambierà mai.

L’odio, in conclusione

In definitiva, L’odio è un cult degli anni ’90 nonché un film simbolo per diverse generazioni. Ottimo ritmo, dialoghi eccellenti e messa in scena efficace sono tutti ingredienti di un grande film a cui nessuno può e deve rinunciare.

Recensione a quattro stelle su Almanacco Cinema