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Norimberga, la recensione
Norimberga, film diretto da James Vanderbilt e basato sul romanzo Il nazista e lo psichiatra, ha ottenuto un notevole successo al botteghino italiano.
Norimberga ricostruisce i fatti storici del primo processo avvenuto nel 1945 contro quelli che erano ciò che restava dell’alto comando nazista. In scena non c’è solo il processo giudiziario, ma anche il tentativo di comprendere e analizzare la mente dei gerarchi responsabili dei crimini del Terzo Reich.
Il film di James Vanderbilt si inserisce in una produzione cinematografica dichiaratamente commerciale, presenta il linguaggio classico del cinema hollywoodiano di massa: caratterizzata da una fotografia statica e una messa in scena pulita senza nessuna ricerca della particolarità.
L’assenza della ricerca di particolari appare però come una scelta consapevole e funzionale al raggiungimento di un pubblico più ampio, quindi alla volontà di rendere il racconto accessibile senza complessarlo.
La stratificazione del film emerge però nella scrittura delle dinamiche e dei dialoghi, terreno in cui Vanderbilt mostra maggiore sicurezza, in virtù del fatto che Norimberga rappresenta solo il suo secondo film da regista ma lo precede una lunga carriera come sceneggiatore.
I protagonisti
I protagonisti di Norimberga, Russell Crowe e Rami Malek, insieme appaiono in una interpretazione impeccabile, trasportandoci nel cuore della tensione narrativa e delle dinamiche dei personaggi. Tramite la potenza scenica di Crowe e la sottigliezza emotiva di Malek, le loro interpretazioni rendono palpabile il confronto psicologico tra carnefice e analista: un nazista che ha un dominio scenico ammaliante, e uno psicologo dinamico che ci travolge nel suo tumulto interiore e professionale.
Norimberga, la trama
Hitler è morto, gli Alleati hanno occupato la Germania nazista e Hermann Göring (Russell Crowe), successore al comando del regime, viene arrestato.
Ma in primo piano c’è il lavoro del militare e psichiatra statunitense Douglas Kelley (Rami Malek), incaricato a valutare lo stato psichico dei ventidue prigionieri nazisti per prevenire eventuali tentativi di suicidio prima del processo.
Questo incarico diventa per lui anche un’occasione di studio e di scrittura: un libro in cui analizzare le menti che hanno dato origine a un regime fondato sull’odio e rintracciarne le radici. In Kelley affiora una sorta di entusiasmo, la sensazione di aver trovato finalmente il tema capace di consacrarlo, senza però essere pienamente consapevole del punto fino a quale tale odio sia stato capace di spingersi.
Il suo interesse si concentra in particolare su Hermann Göring, nel quale scopre una personalità affascinante e intelligente. Kelley lavora così per instaurare una relazione di fiducia con il generale nazista fino a costruire un legame che assume tratti amichevoli. Proprio questa vicinanza fornirà le informazioni decisive che porteranno Hermann a essere messo alle strette durante il processo, tra le accuse viene incriminato per il suo ruolo nel decreto della Soluzione Finale dichiarandosi non colpevole.
Le dinamiche storiche in Norimberga
Vi siete mai chiesti cosa volesse dire scoprire per la prima volta ciò che accadeva nei campi di concentramento nazisti? Norimberga è un film di 148 minuti in cui ci si immedesima nei pensieri che attraversano quei giorni. Hermann Göring è il nazista, ma prima ancora è un uomo; e come Douglas Kelley anche noi restiamo ammaliati da un carisma capace di generare attrazione.
Ma il generale nazista corrisponde a tratti psichici comuni senza stupirci ma volendo a cuor nostro trovare altro: lo scopriamo come padre di famiglia che a sua volta proviene da un’umile famiglia con la voglia di riscattarsi dalla povertà vissuta, un cittadino di una Germania che aveva il bisogno di sentirsi di nuovo tedesco.
I resoconti tra i dialoghi con lo psicologo ci portano alla consapevolezza che tutto ciò che caratterizza il suo fascino è solo una questione di ego, ed è proprio l’ego di tali uomini che ha permesso i disastri del regime nazista, tragedie che hanno travolto la Storia nella loro incapacità di riconoscere più alcun limite.
I nostri occhi, insieme a quelli di Douglas Kelley, smettono di essere incantati e si riempiono con la sofferenza tramite la proiezione dei primi documenti ottenuti dei campi di sterminio: crolla così il fascino e rimane solo un uomo che ha trovato nel nazismo sfogo per la sua vanità. Riporta il nostro punto di vista alla consapevolezza di cosa significhi seguire le banali propagande d’odio.
Per Kelley crolla anche ogni piano di gloria personale legato alla scrittura del libro: quel senso di consacrazione non può essere dato da tale sofferenza. Ed è in quel momento che quel frammento di Storia si percepisce come se stesse accadendo per la prima volta anche per noi.
Robert H. Jackson (Michael Shannon) ha il ruolo, di fronte a questo decesso dell’umanità, di mettere da parte ogni presunzione per riportarci in carreggiata nel guardare le cose con la delicatezza necessaria di determinati momenti storici. Le azioni politiche erano mature per andare verso una diplomazia capace di restituire dignità alla vita umana, senza farsi più condizionare dall’irragionevolezza, con l’obiettivo di far nascere una giustizia che non sia vendetta ma che abbia un ordine etico.
Il processo è, quindi, un atto politico e morale capace di evitare che l’ingiustizia generi nuovo odio: in questo senso la vita dei nazisti ne valeva il futuro del mondo, ovvero rendersi responsabili dei propri comportamenti per prevenire il pericolo di poter diventare come loro.
Norimberga e il potere evocativo del cinema
Tutta la tensione filmica è dovuto dalla rappresentazione dei processi mentali nel periodo più complesso della storia umana, che equivale in maniera inquietante a quello che è attualmente la nostra realtà. Norimberga guida verso il risveglio della coscienza politica; si configura piuttosto come un cinema a forte senso evocativo, orientato a suscitare emozioni e ad attivare processi di riflessione nello spettatore.
Vero che presenta alcune mancanze sul piano artistico e una certa carenza negli approfondimenti dei personaggi secondari, ma anch’essi riescono ad essere potenzialmente rilevanti per il messaggio della storia. Hanno un ruolo in cui mantengono i punti etici a cui il regista mira per tutti il film: come Leo Woodall che interpreta il sergente Howie Triest, durante le visite ai prigionieri nazisti, traduce per lo psicologo dal tedesco al inglese e dimostra alla fine del film come umanizzare il male senza assolverlo.
Tuttavia, questi limiti non risultano centrali nella valutazione dell’opera, poiché Norimberga non ambisce a essere un film d’autore, né a costruire una complessità psicologica stratificata. Per la prima volta i fatti storici vengono raccontati attraverso prospettive collegate al presente, mettendo in luce anche le lacune decisionali del dopoguerra.
Le magie di Kelley nel corso del film funzionano come un esempio emblematico: sappiamo che non si tratta di vere magie ma di semplici trucchi eppure mentre lo osserviamo in azione, per un attimo sembra di assistere a qualcosa di autentico finché il meccanismo non viene svelato e ci ricordiamo che era solo un’illusione.
Per parte del film ci sentiamo costantemente distratti da qualcosa: le azioni dei nazisti appaiono allo psicologo quasi spiegabili, e anche lo spettatore viene trascinato in questo stato, provocando un continuo disagio nel sentirci coinvolti dal reichsmarschall Hermann Göring. È solo attraverso il processo che questa confusione si dissolve, facendo sciogliere la tensione accumulata fino a quel momento.
Resta dopo però una sensazione inquietante, come se si fosse stati sul punto di sorseggiare un veleno storico: l’allarme che la storia possa ripetersi, ma soprattutto la consapevolezza che esiste sempre il rischio di lasciarsi ancora una volta avvelenare. L’atteggiamento superficiale iniziale di Kelley, esemplifica il modo in cui affrontare con poca cura l’orrore storico ci possa dislocare dall’obiettivo stesso di controllarlo; e non esiste immunità totale da queste disposizioni alla non curanza né per il protagonista e né per lo spettatore.
Il regista non è concentrato a spiegarci la profondità o di documentare i fatti storici (infatti del processo ne vediamo ben poco). Si focalizza su come il male ha attecchito attraverso personalità politiche persuasive, svelando i loro trucchi e ricordandoci di non cadere nel illusione.
Conclusioni finali
Norimberga, non fa leva sulla sofferenza degli avvenimenti nazisti, non ricerca o ferisce con il dolore ma ti lascia nell’agonia dell’allerta. Norimberga trascina l’attualità nel passato ricordandoci che il presente adopera dinamiche storiche, e cu illudiamo di non poter prevedere le conseguenze.
Questo film vuole essere come un pacemaker della coscienza storica e politica: monitora i battiti del nostro sguardo sulla storia, ci dà la scossa quando rischiamo di fermarci, ma ci ricorda anche, se non stiamo attenti potrebbe non bastare a salvarci.
È una di quelle opere che conferma l’esigenza di affiancare le pellicole alle lezioni di storia tra i banchi scolastici, per favorire una connessione più profonda tra lo studio e la realtà, obbligandoci a fare i conti con il fatto che evitare che la Storia si ripeta è un lavoro continuo, faticoso e indispensabile.
🎬 Valutazione
Regia
★★★★★
Interpretazioni
★★★★★
Storia
★★★★★
Emozioni
★★★★★
🏆 Voto Totale
4.5
★★★★⯨
