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Pranzo di ferragosto, la recensione
La recensione di Pranzo di ferragosto, dolce e melanconico diamante grezzo del cinema indipendente italiano, ritratto di tenera semplicità.
L’afa estiva della Capitale – come d’altronde, nel resto della penisola italiana – sbatte duramente contro l’asfalto e riflette sulla pelle delle persone. Non si respira. Tutto sembra annebbiato ed il tempo pare scorrere in uno strano ritmo, diverso dal solito. Nulla può contrastarlo, niente può salvarci, possiamo solo scordarcene per un po’, per un qualcosa di più importante.
Esce oggi sul catalogo di Netflix Italia Pranzo di ferragosto, film indipendente del 2008 diretto, scritto ed interpretato da Gianni Di Gregorio. Di Gregorio, alla soglia dei sessant’anni, dopo una vita a circolare nell’ambiente cinematografico – già scrittore della sceneggiatura di Gomorra del grande Matteo Garrone – decide di fare un film tutto suo, rischiando moltissimo, e vincendo ancora di più.
Pranzo di ferragosto
14 agosto. Siamo nel bel mezzo di una calda estate romana, che, nelle strade di Trastevere, diventa ancora più calda. E mentre l’afa sembra diventare una persona che ci aspetta e ci segue, Gianni – appunto, Di Gregorio – un uomo fallito di mezza età, deve occuparsi della madre, vedova ed anziana, di cui è l’unico figlio e, quindi, unica persona che possa prendersene cura.
Passando le giornate tra casa ed osteria – esclusivamente per bere un calice di vino bianco – sarà costretto a spezzare la sua routine, quando Alfonso, l’amministratore del condominio in cui vive, gli chiederà di accudire anche sua madre – e non solo – in cambio dei soldi dell’affitto. Gianni sarà quindi costretto a dover tenere a bada un gruppo di particolari donne anziane.
Il nuovo neorealismo
Escluso Alfonso Santagata – l’interprete di Alfonso, appunto – tutte le attrici del cast sono non professioniste, con alcune che non erano mai state di fronte ad una camera da presa. E, se questo non fosse sufficiente, le interpreti principali sono esclusivamente donne di una certa età. E, se anche questo non fosse sufficiente, Di Gregorio è al suo esordio alla regia.
Nel paese che ha dato i natali al concetto di neorealismo, attraverso registi clamorosi come Luchino Visconti e Vittorio De Sica, quella di Di Gregorio rappresenta un piacevole e – quasi – unico ritorno al glorioso passato, che la maggior parte degli autori italiani sembra aver completamente dimenticato, forse ad eccezione del già citato maestro Garrone, di cui Di Gregorio fu già interprete nei primi lavori.

Tutta la pasta al forno
Il cibo, il caldo, la famiglia. Quest’opera trasuda italianità sotto ogni singolo punto di vista. La semplicità con la quale Gianni affronta la sua quotidianità e gli imprevisti di ciò, sono come un piatto di lasagne che si brucia, come una brezza fresca in un incendio. E va bene così, anzi, è proprio la non-professionalità – in senso di carriera – della maggior parte dei convolti che rende la pellicola semplice ed estremamente familiare.
Un pranzo la domenica di ferragosto, in una famiglia allargata, perché non c’è una vera definizione per descrivere ciò che è o non è una famiglia. Ci si veste di semplicità e dolcezza e si trasforma un qualcosa di ordinario in straordinario, senza che nulla sia incredibile, ma semplicità che non rientra negli schemi. Anche nella meschinità, anche nelle cose brutte.
Infanzia e vecchiaia
Allo stesso modo con cui Gianni cerca di tirare avanti, sembrando anche un avido approfittatore, siamo tutti sulla stessa barca e non stiamo annegando, siamo semplicemente viaggiando. Magari senza neanche riuscire a superare il domani, rimanendo costantemente a ieri. Ci si fa da spalla l’un l’altro per superare l’insormontabile. Si è da bambini come si è da anziani, è un circolo vizioso che ripete la sua normalità ed esclude le peculiarità.
Un ritratto tenero, ingenuo e spietato, di ciò che significa prendersi cura di sé stessi e degli altri. Non ci sono eroi, non ci sono cattivi, ci sono i giovani, gli adulti e di vecchi. E ciò che si è seminato, poi va raccolto, qualunque cosa sia. Alcuni giovani autori – come Filippo Barbagallo con il suo Troppo azzurro e Giovanni Tortorici, il cui Diciannove uscirà a breve su Mubi – sembrano aver ritrovato questa complicata semplicità, e speriamo non siano casi isolati. Aspettiamo che Di Gregorio torni al cinema con il suo Come ti muovi, sbagli, film che chiuderà la Mostra di Venezia 2025.
