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The Life of Chuck, la recensione di Almanacco Cinema
The Life of Chuck ci accompagna in un viaggio filosofico alla scoperta della dimensione del sé, attraverso l’esperienza della morte.
Uscito nelle sale italiane lo scorso 18 settembre, The Life of Chuck ‒ diretto da Mike Flanagan e tratto dall’omonimo racconto drammatico di Stephen King ‒ è un film che lascia inizialmente confusi e poi magicamente sorpresi.
E non è solo per lo sviluppo a ritroso dei tre atti della storia, ma anche per il contenuto immaginifico e le riflessioni sulla vita e la morte, due costanti immutabili dell’esistenza umana.
In The Life of Chuck si parte appunto dalla fine (morte) per giungere all’inizio (nascita) come il riavvolgersi di una pellicola. In cui le scene di vita (anche le più insignificanti) altro non sono che tanti piccoli frame significativi dell’esistenza umana.

The Life of Chuck, la trama
Terzo atto: mentre il mondo sembra collassare, ovunque appaiono immagini con scritte di ringraziamento a Chuck Krantz per i suoi “39 splendidi anni di servizio”. Chuck (Tom Hiddleston) è un contabile, morto per un tumore cerebrale, ma nessuno sembra conoscerlo.
Secondo atto: prima che la malattia si manifesti, il protagonista, ispirato dalla musica di una batterista di strada, si esibisce in un assolo di danza e poi in un passo a due con una passante entusiasta (Annalise Basso).
Primo atto: il più lungo, e ultimo, segue il giovane Chuck (da bambino all’età adulta) attraverso numerose perdite a partire dalla morte dei genitori, per un incidente stradale, passando per quella della nonna (Mia Sara), che gli trasmette l’amore per la danza e i musical Hollywodiani e, per finire, il nonno (Mark Hamill) che lo avvia alla matematica e gli svela un terribile mistero riguardante la soffitta di casa loro, la cui porta è serrata da un lucchetto.

The life of Chuck, analisi del film
Aggiudicatosi il Premio del Pubblico al Festival di Toronto (la kermesse canadese sinonimo di opere di qualità) The Life of Chuck è un film che si svela piano piano.
Flanagan prende lo spettatore per mano e lo conduce attraverso un viaggio metafisico e introspettivo, manifestando verità che egli già possiede dentro di sé, aprendolo alla consapevolezza della morte e della vita in un continuo divenire; una danza armoniosa dell’eterno ritorno.
Ed è attraverso il ballo che Chuck celebra la vita, come tutto il mondo attorno a sé (e dentro di lui), improvvisando una danza a ritmi frenetici, dando dimostrazione di essere infinite cose.
Attraverso vari indizi sparpagliati per tutto il film, lo spettatore giunge a una sua conclusione sul finale, ma dovrà prima di tutto tornare all’inizio.
E Chuck, che al principio (terzo atto) appare come un’entità sconosciuta, trova spiegazione nella frase pronunciata dal protagonista “sono vasto, contengo moltitudini” tratta da Foglie d’Erba di Walt Whitman.

Regia,cast e colonna sonora
Le giusta commistione di elementi che vanno dalle numerose inquadrature a campo lungo (come le scene iniziali o la scena del ballo), l’uso particolare della luce, grazie alla fotografia di Eben Bolter, la voce narrante fiabesca e, per finire, le musiche dei The Newton Brothers (storici collaboratori del regista) conferiscono al film un’atmosfera surreale e magica.
Ottime le interpretazioni di tutti gli interpreti, a partire da Tom Hiddleston e Mark Hamill.
Conclusioni
The Life of Chuck è un viaggio emozionante e introspettivo, alla scoperta dell’essere umano e della sua vastità, come contenitore di mondi.

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