Recensione di Une Nuit, il debutto alla regia di Alex Lutz: una notte a Parigi tra dialoghi brillanti, inquietudini esistenziali e incontri imprevisti.
Oggi vi porto la recensione di Une Nuit, film francese diretto e interpretato da Alex Lutz, presentato al Festival di Cannes 2023. Un’opera prima che sorprende per maturità e coerenza stilistica, pur con qualche sbavatura.
I protagonisti sono due: lo stesso Alex Lutz, che veste i panni di Aymeric, e Karin Viard, nei panni di Nathalie. Insieme formano una coppia dal grande affiatamento attoriale: la chimica tra i due regge tutto il film, ancor più se si considera che sono gli unici interpreti della pellicola.
Per Lutz, noto inizialmente come comico, Une Nuit rappresenta il debutto alla regia. E bisogna ammettere che, per essere un’opera prima, il film si difende piuttosto bene.
Lutz non è nuovo al grande schermo: negli ultimi anni ha scelto con cura i suoi ruoli, partecipando a progetti ambiziosi come Vortex di Gaspar Noé e Il materiale emotivo di Sergio Castellitto. Un percorso attoriale solido che gli ha probabilmente fornito gli strumenti per costruire una narrazione registica personale, firmando anche la sceneggiatura di Une Nuit.
La storia è semplice, quasi minimale: due sconosciuti – un uomo e una donna in piena crisi di mezza età – si incontrano per caso a una fermata della metropolitana. Uno spintone involontario fa scattare una lite, che degenera rapidamente in un incontro sessuale improvviso dentro una cabina per fototessere. Da questo evento scaturisce una lunga notte trascorsa per le strade di Parigi.
Durante questa notte bianca, i due vagano tra festini universitari, locali per scambisti e luoghi anonimi, trascinandosi in un flusso ininterrotto di dialoghi. E qui sta il cuore – e forse anche il limite – del film.
Il film è costruito quasi interamente attorno ai dialoghi tra i due protagonisti. I botta e risposta sono inizialmente frizzanti, ironici, con una scrittura che ricorda a tratti quella di Woody Allen, piena di riferimenti esistenziali, filosofici, ma anche punteggiata di cinismo e sarcasmo.
Tuttavia, a lungo andare, questa brillantezza diventa un’arma a doppio taglio: i dialoghi, troppo compiaciuti e finemente costruiti, perdono naturalezza. Dopo un po’, si ha la sensazione che parlino più gli autori che i personaggi. Un peccato, considerando il potenziale emotivo della storia.
La regia di Lutz è sobria, invisibile nel senso migliore del termine: non cerca mai di imporsi, ma accompagna i protagonisti nella loro deriva notturna. Interessante l’uso dei campi e controcampi, molto ben calibrati e funzionali al ritmo del racconto.
La fotografia di Éponine Momenceau è uno dei punti di forza del film: riesce a restituire una Parigi sospesa, onirica, malinconica. La città diventa un terzo personaggio, avvolgente e misterioso. Le musiche di Vincent Blanchard, pur senza mai emergere, sostengono il racconto con discrezione. Il montaggio di Monica Coleman dà ritmo e coerenza a una narrazione che, per natura, rischiava la stagnazione.
Alex Lutz e Karin Viard sono impeccabili nei rispettivi ruoli. Riescono a trasmettere tutta la stanchezza, il disincanto e l’inquietudine dei loro personaggi, rendendo credibile l’improbabile vicinanza che nasce tra loro in una sola notte.
Tuttavia, Une Nuit rimane un film che sfiora, ma non tocca davvero. Manca quel guizzo, quel momento di verità che faccia esplodere le emozioni accumulate. Il finale, in particolare, risulta forzato e un po’ autoreferenziale: un plot twist esagerato che sembra più voler stupire a ogni costo che servire realmente la storia.
Une Nuit è un film elegante, ben interpretato e visivamente affascinante. Un esordio che mostra talento, soprattutto nella messa in scena, ma che avrebbe giovato di una maggiore misura nella scrittura. Resta comunque un’opera interessante, soprattutto per chi ama il cinema francese fatto di parole, sguardi e notti che sembrano non finire mai.
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