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Il cinema di Ingmar Bergman: Sete
Per la rubrica settimanale Il cinema di Ingmar Bergman, oggi parliamo di Sete, opera del 1949 che affronta con lucidità alcune delicate dinamiche di coppia.
Al centro della storia ci sono Ruth e Bertil, una coppia in viaggio su un treno che sta attraversando la Germania. Lo spazio chiuso del vagone diventa una sorta di seduta psicologica continua: non c’è via di fuga, i due protagonisti sono costretti a guardarsi negli occhi e riesaminare i loro fallimenti.
La storia
La storia in realtà è più complessa di quel che sembra inizialmente, Ruth ha subito un aborto che l’ha resa sterile. Bertil ha una ex compagna di nome Viola, una persona piena di ombre e fantasmi che impediscono ai protagonisti di vivere la vita con leggerezza. Accanto al percorso dei due protagonisti, si sviluppa la storia di Viola, segnata da rapporti malati e manipolazioni che la porteranno a compiere dei gesti estremi. La sua vicenda rappresenta il lato più oscuro del desiderio di amore.
Il film si muove su due binari paralleli: da un lato il dramma dei protagonisti, dall’altro il contesto storico di un’Europa ferita dalla guerra. Bergman utilizza spesso il viaggio come metafora della vita: il treno non è un semplice mezzo di spostamento, diventa simbolo di un percorso quasi forzato dentro se stessi, un itinerario di resa dei conti con il proprio dolore.
Sete
Sete non è forse uno dei titoli più noti di Bergman, ma anticipa i temi della sua maturità artistica: la tensione tra amore e distruzione sia de sé che dell’altro, la difficoltà del dialogo tra esseri umani e la necessità di guardare in faccia i propri limiti. La sete quindi non è solo di affetto, ma di comprensione reciproca, di autenticità e di un amore che non si nasconda per forza dentro nevrosi o imposizioni sociali.
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