Stranger Things, il fenomeno culturale
Esaltante, astuto o dolceamaro. Questo è molto altro è Stranger Things, nato come serie e divenuto fenomeno pop simbolo di un’epoca che non c’è più (SPOILER).

Quattro amici, un seminterrato e una campagna di Dungeons & Dragons.
Potrebbe essere un qualsiasi sabato sera passato tra compagni di classe di un liceo artistico, invece è il finale (ma anche l’inizio) di Stranger Things. A volte sembrano passati pochi giorni, altre volte una vita intera, ma tra sette mesi saranno trascorsi 10 anni da quando Will Byers si è perso nel Sottosopra, anche se Matt e Ross Duffer sono riusciti a farci credere con astuzia e abilità che il tutto sia avvenuto il 3 novembre 1983.
E proprio astuzia e abilità sono le parole chiave per cogliere l’essenza di Stranger Things, che in breve tempo ha oltrepassato i confini del catalogo di Netflix, ha invaso le dinamiche sociali, le fiere del fumetto, le convention e le classifiche di Spotify, trascendendo il suo status di semplice serie TV ed elevandosi a vero e proprio fenomeno pop.
Un fenomeno radicato negli anni ’80 ma rivolto in realtà a chi non li ha mai vissuti, un fenomeno che, forse lo capiamo appieno solo adesso, deve il suo travolgente successo non tanto a quei mitici anni, quanto al fatto che questi siano finiti ormai da tempo, e che non torneranno più.
Stranger Things e la trottola di Inception
Quella sequenza divenuta il metro di paragone di qualsiasi finale volutamente ambiguo, che si tratti di Joker o The Lighthouse, sta già venendo tirata in ballo sul web anche per parlare del finale della serie Netflix, e sebbene i finali non del tutto chiusi stiano lentamente diventando una soluzione un po’ troppo abusata, spesso per coprire la reale mancanza di idee interessanti per concludere storie che si sono protratte troppo a lungo, in questo specifico caso si trattava dell’unica scelta sensata possibile.
Era necessario che Undici si allontanasse dal resto del gruppo, ma al tempo stesso per non stravolgere la natura stessa di Stranger Things, era necessario mantenere intatta almeno la speranza che anche la ragazza avesse ottenuto il suo lieto fine, perché a prescindere da come la pensiate su Millie Bobby Brown, figura sempre più controversa sul web per le sue capacità recitative da molti ritenute scarse, o per questioni banali come quelle riguardanti i suoi presunti ritocchini estetici, la sua Undici rappresenta indubbiamente la magia dell’infanzia, un’infanzia che solo l’incontro con Mike, Lucas e Dustin le ha permesso di vivere davvero.
E proprio questo è ciò che i detrattori di questo finale non sembrano aver capito davvero, troppo impegnati a lamentare l’assenza di reali spiegazioni sulla natura dell’Abisso, del Mind Flayer o di Vecna: il Sottosopra non è mai stato l’essenza di Stranger Things, così come non lo erano i russi o il demogorgone, bensì esclusivamente un espediente per raccontare l’amicizia, il senso di meraviglia e il brivido dell’avventura che solo gli anni della formazione riescono a farci vivere appieno, anni fantastici che plasmeranno il resto della nostra vita, ma che per darle un senso devono concludersi.
Come nella migliore tradizione alla Stephen King (dal quale i Duffer non hanno mai nascosto di aver abilmente rubato), Stranger Things non ha mai parlato di mostri interdimensionali, ma di come persone meravigliosamente imperfette affronterebbero queste e altre mille avversità della vita, che siano il bullismo, la sessualità, la solitudine la perdita, o sé stessi.
Non ha mai parlato dell’atavica paura dell’indefinibile e dell’inspiegabile, ma della meraviglia di come questo possa intrecciarsi con la normalità e la quotidianità.
Per questo il finale di Stranger Things ci ha raccontato esattamente quel che doveva raccontarci: non di un’epica battaglia contro potenze aliene o della vera natura di mondi paralleli, ma di adolescenti che si preparano a muovere i primi passi nella vita adulta, di giovani adulti che scelgono di non abbandonare del tutto ciò che sono stati in precedenza, o di una madre che dopo aver trascorso anni interi nella paura e nell’angoscia diviene invece l’eroina per eccellenza, in un confronto finale col cattivo che punta maggiormente sulla liberazione emotiva che non sulla spettacolarità visiva.
Per queste e mille altre ragioni, che ci siate stati dalla pubblicazione della prima puntata, che siate arrivati in corsa con il progredire delle stagioni, o che abbiate scelto di recuperarvi l’intera serie in fretta e furia nell’ultimo mese per arrivare preparati al finale, è valsa la pena far parte di questo fenomeno culturale e partecipare a questo viaggio di formazione.
Perché Stranger Things non parla di mostri, né di dimensioni parallele e nemmeno degli anni ’80: parla di noi, e che i Fratelli Duffer l’abbiano fatto apposta o abbiano semplicemente avuto fortuna nel rimescolare abilmente cose che già prima funzionavano, ogni volta che negli ultimi dieci anni abbiamo giocato a D&D fino a tarda sera, che ce la siamo fatta in bicicletta per andare al cinema con gli amici o abbiamo ascoltato i The Clash, Kate Bush o i Metallica fino a devastarci le orecchie, in qualche modo gli abbiamo dato ragione.