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Dumb Money

Hollywood addestra l’AI, Seth Rogen fa la morale a Cannes

Seth Rogen attacca gli sceneggiatori che usano l’AI, ma intanto molti lavoratori di Hollywood addestrano gli algoritmi per sopravvivere.

Mentre una parte di Hollywood, rimasta senza lavoro, si ritrova ad addestrare chatbot, modelli video e sistemi generativi per pagare l’affitto, Seth Rogen a Cannes dichiara che “Chi usa l’intelligenza artificiale per scrivere non dovrebbe essere uno scrittore, dovrebbe fare altro”.

Bella frase se hai un film a Cannes, una carriera solida, un nome riconoscibile e il lusso di poter difendere il processo creativo come vocazione. Meno bella se sei uno sceneggiatore, un tecnico, un autore di seconda linea o un lavoratore dell’audiovisivo finito nel nuovo sottobosco della data annotation: correggere l’AI, valutarla, nutrirla, renderla più credibile, insegnare alla macchina a fare meglio il mestiere che ti sta già togliendo.

Seth Rogen contro l’AI: la purezza vista da chi può permettersela

Rogen non ha torto quando dice che scrivere significa attraversare un processo, sbagliare, riscrivere, trovare una voce. Il punto debole è trasformare una questione industriale in una questione morale. L’attore e autore ha definito assurda l’idea di usare l’AI per scrivere e ha rivendicato anche la natura artigianale di Tangles, film animato presentato a Cannes e realizzato senza AI, con animazione disegnata a mano.

Vera arte.

Ma non ci sono solo gli sceneggiatori pigri che vogliono farsi sputare fuori una scena in tre secondi. Ci sono anche filmmaker indipendenti che senza quei software non riuscirebbero mai a girare, animatori che li usano per accelerare fasi tecniche, montatori che li integrano nel flusso di lavoro, concept artist che li trattano come bozzetti evoluti, autori senza budget e veri mostri sacri come Alex Proyas e Roger Avary che finalmente possono visualizzare un mondo prima impossibile.

C’è infine l’ipocrisia di un sistema che prima riduce il lavoro creativo offrendo ai creativi espulsi un lavoretto precario per addestrare gli stessi strumenti che promettono di sostituirli, e poi sul tappeto rosso li snobba invitandoli a cambiare mestiere. Il lavoratore invisibile, invece, spesso quel mestiere lo ha già visto evaporare. E quando entra in una piattaforma di AI training, non lo fa per entusiasmo tecnofilo, ma perché l’industria gli ha tolto il set, la writer’s room, la produzione, la continuità.

Hollywood predica l’arte e intanto prepara il suo sostituto

Il racconto pubblicato da Wired è il lato sporco della stessa storia: professionisti del cinema e della TV che, dopo scioperi, tagli e rallentamenti, finiscono a lavorare per piattaforme di annotazione AI. Valutano conversazioni, correggono output, classificano video, testano risposte, fanno da istruttori umani a sistemi che un domani saranno venduti come “creativi”. Ma il lavoratore che addestra l’AI non sta tradendo la scrittura, sta solo sopravvivendo alla sua demolizione industriale.

Anche accogliendo la comoda favola degli artisti puri, e lasciando fuori per un momento ciò che sta già accadendo in India e in Cina, il punto resta lì: Hollywood è già piena di studios, piattaforme e aziende tecnologiche che assorbono competenze da chi il cinema lo sa fare davvero, per poi riconfezionare quella estrazione come progresso, efficienza, innovazione.

Seth Rogen può anche indossare la tunica del custode del fuoco sacro, ma conviene ricordare che non stiamo parlando di Darren Aronofsky, giusto per restare dalle parti di Cannes 2026. E conviene ricordare anche un’altro custode: il premio Oscar Ben Affleck, che prima storceva il naso davanti all’AI e poi è diventato, con la sua InterPositive comprata da Netflix e la sua Writer’s Room algoritmica, il riassunto perfetto della commedia perchè “Lo strumento non sostituisce l’artista, ma lo potenzia”.

E, guarda caso, lo potenzia molto meglio quando è Hollywood a comprarlo.