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Hollywood e AI: i 25(+25) nomi che stanno reinventando il Cinema
Da Ben Affleck a James Cameron, da OpenAI a YouTube: tutte le startup, studios e attivisti più influenti di Hollywood in questo periodo di accelerazione tecnologica.
L’articolo di The Hollywood Reporter costruisce una lista di “persone” che stanno modellando l’AI a Hollywood, ma sceglie soprattutto fondatori, CEO, registi-simbolo e attivisti visibili. Restano fuori diversi snodi reali del potere: sindacati, agenti, infrastrutture, grandi piattaforme operative e casi-simbolo.
Tyler Perry è probabilmente l’assente più clamoroso. Nel 2024 Perry mise in pausa una espansione da 800 milioni di dollari del suo studio di Atlanta dopo aver visto le capacità di Sora di OpenAI. L’espansione avrebbe aggiunto 12 soundstage alla proprietà da 330 acri. È uno dei pochi casi in cui l’AI non ha prodotto solo dibattito, ma ha bloccato un investimento fisico enorme nell’industria. Perché manca? Probabilmente perché Perry, in questa fase, è più un caso di reazione industriale che un costruttore di strumenti AI. Però la sua assenza si sente: se parli di AI e lavoro fisico a Hollywood, set, maestranze, costruzioni, comparse, editor, VFX, Perry è un nome obbligato.
Tra gli assenti più significativi c’è Christopher Nolan, non perché sia un profeta dell’AI, ma per il motivo opposto: oggi è uno dei nomi più forti del cinema “umano”, fisico, teatrale, e dal 2025 è anche presidente della Directors Guild of America. La DGA ricorda che Nolan è membro dal 2001, siede nel National Board dal 2015 e presiede sia il Theatrical Creative Rights Committee sia l’Artificial Intelligence Committee del sindacato. Perchè manca? Perché Nolan non incarna certo l’entusiasmo per la macchina, anzi, incarna il confine oltre il quale la regia non accetta di diventare una funzione del software. Ed è proprio per questo che la sua assenza è strategica.
Ted Sarandos (Netflix) nel 2025 ha dichiarato che la serie argentina El Eternauta ha usato generative AI per una scena di crollo di un edificio, completata, secondo lui, 10 volte più velocemente rispetto agli effetti visivi tradizionali e a costo inferiore. Perché manca?
Perché THR usa Affleck come “volto narrativo” del rapporto Netflix-AI: l’attore scettico in pubblico, imprenditore AI in privato. Ma dal punto di vista industriale, Netflix meritava un posto autonomo. È la piattaforma che può normalizzare l’AI nei flussi produttivi molto più rapidamente di molte startup.
Fran Drescher, Duncan Crabtree-Ireland e SAG-AFTRA: l’articolo include Justine Bateman e la Creators Coalition on AI, ma lascia fuori il sindacato degli attori come soggetto diretto. È una mancanza seria. L’AI è stata uno dei temi centrali dello sciopero SAG-AFTRA del 2023, soprattutto sul tema delle repliche digitali, della scansione dei performer e del controllo sulla likeness. Nel 2024 SAG-AFTRA ha anche sostenuto accordi e battaglie legislative sul consenso per l’uso di voce e immagine; in California sono state firmate norme per limitare i cloni digitali degli attori. Perché manca? Perché la lista privilegia figure “creative” o corporate, non i negoziatori. Ma è un errore di prospettiva: le regole reali sull’AI a Hollywood passeranno dai contratti sindacali, non solo dai festival, dalle startup o dai board aziendali.
Meredith Stiehm, Ellen Stutzman, WGA / leadership degli sceneggiatori: e anche qui: assenza molto pesante. La Writers Guild of America ha ottenuto nel contratto 2023 protezioni specifiche sull’AI: le aziende devono dichiarare se consegnano materiale generato da AI agli sceneggiatori; uno scrittore può usare AI solo con consenso della compagnia; una compagnia non può obbligarlo a usare strumenti come ChatGPT. Perché manca? Perché THR ha scelto nomi più riconoscibili, come Daniel Kwan, Joseph Gordon-Levitt e Natasha Lyonne. Però la WGA è il punto dove la questione diventa concreta: credito, compenso, materiale sorgente, diritto d’autore, training dei modelli.
Jensen Huang (Nvidia): assenza meno hollywoodiana, ma enorme. Tutta l’AI generativa gira anche su infrastrutture hardware: GPU, data center, calcolo. Jensen Huang non è un produttore, non dirige uno studio, non fa film; però Nvidia è una delle aziende che rendono materialmente possibile l’accelerazione AI. Nel keynote CES 2025 Huang ha parlato del passaggio da AI percettiva e generativa a “physical AI” capace di ragionare, pianificare e agire. Perché manca? Perché nella lista di THR non conta chi costruisce il motore, ma chi guida la macchina.
David Wadhwani (Adobe): altro assente tecnico-industriale importante. Adobe è già dentro i flussi reali di montaggio, grafica, postproduzione, marketing e design. Firefly è presentato da Adobe come modello generativo per creativi, con Content Credentials integrate per indicare quando un contenuto è stato generato o modificato con AI. Perché manca? Perché l’articolo preferisce startup più “sexy” come Runway, Luma, Fable, Wonder Dynamics. Ma Adobe è più decisiva proprio perché è già installata nei computer dei professionisti. L’AI lì non arriva come rivoluzione annunciata: arriva come pulsante dentro il software che usi ogni giorno.
Scarlett Johansson: non come imprenditrice AI, ma come caso-politico. La disputa con OpenAI sulla voce “Sky”, giudicata molto simile alla sua dopo che Johansson aveva rifiutato di prestare la propria voce, è uno degli episodi più simbolici sul tema consenso, voce, immagine e potere delle aziende AI. OpenAI ha poi sospeso quella voce. Perché manca? Perché la lista guarda a chi “costruisce” l’AI a Hollywood. Però Johansson rappresenta l’altro lato: la star come corpo da proteggere, voce da difendere, identità da non concedere gratis. In un pezzo sull’AI hollywoodiana, è un’assenza rumorosa.
Bryan Lourd (CAA), Ari Emanuel (WME) e le grandi agenzie: THR parla di studi, streamer, creator e startup, ma quasi non entra nel potere delle agenzie. Eppure CAA ha stretto una partnership con YouTube per aiutare attori, atleti e talent a individuare e rimuovere deepfake AI. YouTube ha poi esteso strumenti di likeness detection che funzionano in modo simile a Content ID: cercano contenuti generati con la somiglianza del partecipante e permettono di richiederne la rimozione. Perché mancano? Perché sono nomi meno narrativi di Altman, Cameron o Affleck. Ma le agenzie controlleranno una parte decisiva della partita: licenze di volto, voce, avatar, archivi digitali, contratti per repliche sintetiche.
Bob Iger: ok, l’articolo cita Iger, ma non lo inserisce davvero nella lista. Mette al centro Josh D’Amaro. È comprensibile se la logica è guardare al futuro Disney. Però Iger è stato il manager che ha guidato Disney nella fase in cui AI, IP, streaming e protezione dei personaggi sono diventati un unico problema industriale. Il fatto che THR scelga D’Amaro indica una cosa precisa: vuole raccontare chi erediterà l’integrazione AI, non chi ha governato l’epoca precedente. Perché manca? È un’assenza “strategica”, non una dimenticanza. THR sta spostando il fuoco sul dopo-Iger.
Lynette Howell Taylor (The Academy / AMPAS): l’istituzione che decide cosa viene premiato come cinema. Proprio in queste ore l’Academy ha stabilito che, dalle regole per la cerimonia 2027, solo esseri umani saranno eleggibili agli Oscar nelle categorie recitazione e scrittura; i filmmaker possono usare strumenti AI, ma attori sintetici e sceneggiature generate da AI non sono eleggibili come autori o performer. Perché manca? Perché l’articolo guarda più alla produzione che alla legittimazione culturale. Ma gli Oscar contano: possono stabilire cosa l’industria accetta come lavoro artistico riconoscibile.
Matthew Loeb, presidente di IATSE, rappresenta le maestranze: elettricisti, costumisti, tecnici, montatori, reparti che rischiano di vedere l’AI entrare nelle mansioni prima ancora che nei titoli di testa. Mike Rianda e The Animation Guild portano invece il tema nel campo più esposto: l’animazione, dove concept, storyboard, background e asset visivi possono essere automatizzati con una velocità che fa paura. Charles Rivkin, alla guida della Motion Picture Association, è il volto del copyright industriale: cataloghi, franchise, personaggi, archivi, IP da proteggere mentre i modelli imparano proprio da quell’immaginario. Shira Perlmutter, dello U.S. Copyright Office, pesa perché può incidere su cosa sia davvero proteggibile quando un’opera nasce con l’AI: volto, voce, immagine, testo, contributo umano.
Mati Staniszewski di ElevenLabs sposta la questione sulla voce, tra doppiaggio, localizzazione e licenze vocali di attori vivi o morti. Scott Mann di Flawless porta il tema sul terreno pratico del doppiaggio visivo e della sincronizzazione labiale AI, cioè sulla possibilità di far parlare un attore in qualunque lingua senza rifare la performance. Tom Graham di Metaphysic rappresenta la likeness come proprietà industriale: il volto digitale che può essere registrato, autorizzato, venduto, usato. E David Ellison, più citato che davvero messo al centro, è il proprietario che porta dentro Paramount una cultura più vicina a software, dati e ottimizzazione che al vecchio studio system. Perché mancano? Perché non sono tutti “personaggi da poster” dell’AI creativa, ma tasselli di una nuova infrastruttura.
Jamie Salter, fondatore, chairman e CEO di Authentic Brands Group, la società che ha costruito un impero comprando e rilanciando marchi, cataloghi e likeness di celebrità. Il nome dietro il progetto Digital Marilyn, sviluppato con Soul Machines e presentato al SXSW 2024, che ha capito prima di molti che le icone morte potevano diventare asset vivi, riutilizzabili, rivendibili, aggiornabili. Perchè manca? Perché Salter mostra la parte che Hollywood preferisce non illuminare ancora: il tesoretto di likeness che possiede, che ora potranno essere riesumate, licenziate, animate e rimesse sul mercato come se la morte fosse solo una pausa contrattuale.
David Holz (Midjourney): se c’è Runway, Luma e Stability, può mancare il fondatore di Midjourney? Disney e Universal hanno fatto causa alla società nel 2025 per presunta violazione di copyright legata a personaggi protetti; Warner Bros. Discovery ha poi intentato una causa separata su personaggi come Superman, Batman, Wonder Woman, Scooby-Doo e Bugs Bunny. Perchè manca? Perchè Midjourney è una delle aziende che ha reso l’immaginario generativo AI mainstream, prima di Hollywood.
La lista fotografa i protagonisti, gli assenti il vero prezzo.
Alla fine, “The AI 25” dice molto su chi oggi vuole intestarsi il futuro di Hollywood.
Ma le sue omissioni dicono forse di più: fuori restano quelli che non fanno scena, ma fanno regole, contratti, infrastrutture, diritti, cause legali e piattaforme. Restano fuori i luoghi dove il potere dell’AI si sta davvero formando. Restano fuori i veri pionieri.
Per un secolo il cinema americano ha funzionato così: studios, capitali, star, agenzie, distribuzione, premi, controllo dell’immaginario. L’AI promette, o minaccia, una catena diversa: modelli, dati, GPU, piattaforme globali, creator, licenze, repliche digitali, contenuti generati ovunque.
E allora “The AI 25” funziona perfettamente. Non come lista dei nuovi padroni del futuro, ma come documento di un sistema che continua a guardarsi allo specchio mentre il centro di gravità si sposta altrove. Hollywood pensa ancora di poter decidere chi entrerà nell’era dell’AI, di decidere cosa può essere usato, chi deve essere pagato, quale volto può essere copiato e quale lavoro può sparire senza rumore.
Il problema è che l’AI è entrata nel cinema senza chiedere permesso a Hollywood.
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