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Hollywood e AI: i 25(+25) nomi che stanno reinventando il Cinema

Hollywood e AI: i 25(+25) nomi che stanno reinventando il Cinema

Da Ben Affleck a James Cameron, da OpenAI a YouTube: tutte le startup, studios e attivisti più influenti di Hollywood in questo periodo di accelerazione tecnologica.

Hollywood conosce bene i suoi centri di potere: produttori, studios, agenti, registi, piattaforme. Con l’intelligenza artificiale, invece, il campo è ancora aperto. Registi, CEO, attivisti, imprenditori e piattaforme: alcuni vogliono usare l’AI per accelerare la produzione, altri la considerano una minaccia diretta al lavoro creativo. Altri ancora stanno costruendo aziende, festival, strumenti e accordi industriali prima che Hollywood trovi una regola condivisa.

The Hollywood Reporter ha provato a mettere ordine con The AI 25, la lista dei nomi che oggi stanno orientando il rapporto tra cinema, streaming, creator economy e intelligenza artificiale. Ma, forse, la parte più interessante è fuori dall’elenco: gli assenti eccellenti. In questo articolo proveremo a capire non solo chi manca, ma anche perché quella mancanza racconta una precisa scelta comunicativa.

Da Affleck a Cameron: quando i creativi entrano nella macchina AI

Il nome più in vista è Ben Affleck. Nel 2024, a un summit CNBC, aveva difeso la creatività umana dicendo che l’AI può imitare versi elisabettiani, ma non può scrivere Shakespeare. Poi, da Joe Rogan, ha definito la scrittura AI “really shitty” perché tende alla media. Ma Affleck aveva anche avvertito: “Non vorrei essere nel settore degli effetti visivi. Sono nei guai”. A marzo è emerso il motivo della sua competenza: aveva cofondato in segreto InterPositive, startup di postproduzione AI acquisita da Netflix in un’operazione stimata da alcuni in 600 milioni di dollari.

James Cameron resta il simbolo della doppia posizione hollywoodiana. Ha portato avanti CGI, virtual production e mondi digitali con The Abyss, Titanic e Avatar. Ha immaginato Skynet in Terminator. Ora siede nel board di Stability AI, convinto che l’AI generativa possa aiutare gli artisti VFX a creare spettacoli più grandi. Però Avatar: Fire and Ash si apre con un cartello: “No generative AI was used in the making of this movie”. Cameron dice che Hollywood dovrà trovare equilibrio, ma aggiunge l’avvertimento più duro: gli artisti possono trovare una strada solo “se esistono”.

Alla guida di Stability AI c’è Prem Akkaraju, ex CEO di Weta, lo studio VFX premio Oscar dietro Avatar, Avengers: Endgame e Il Signore degli Anelli. Akkaraju prevede che il prossimo decennio sarà “il miglior momento per essere creator”, ma segnala il rischio opposto: omologazione dei contenuti e “AI slop”. Per lui vinceranno le opere “AI-enabled” realizzate da artisti, non quelle semplicemente generate.

Darren Aronofsky sta sperimentando con Primordial Soup, società creata per esplorare l’AI nel racconto audiovisivo. Google DeepMind gli ha dato accesso ai suoi strumenti. Il progetto Ancestra di Eliza McNitt, prodotto da Primordial Soup, ha ricevuto apprezzamenti per l’uso della tecnologia; i corti storici AI di On This Day…1776 sulla Guerra d’Indipendenza americana hanno invece attirato critiche.

Sul fronte anti-AI si muove Justine Bateman, già visibile durante gli scioperi del 2023. Con Credo 23 promuove film e serie “very human, very raw, very real” e ha creato a Hollywood un festival “no-AI” arrivato a due edizioni, con partecipazioni come Sean Baker. La sua previsione è secca: molta produzione filmata diventerà “content” da streaming, personalizzato via AI mentre lo spettatore scrolla i social. Ma vede crescere anche un “New Film Business” di opere senza AI e senza checklist industriali.

Accanto a lei ci sono Daniel Kwan, Natasha Lyonne e Joseph Gordon-Levitt, fondatori della Creators Coalition on AI. Kwan, autore di Everything Everywhere All at Once, ha chiesto a studios, sindacati e agenzie un fronte comune contro la tech industry. La coalizione non rifiuta l’AI in blocco: chiede consenso, compenso, controlli e trasparenza sui dati di addestramento. Gordon-Levitt, nominato dall’ONU primo global advocate per la governance digitale human-centric, teme video personalizzati per ogni utente, con spettatori “perfettamente isolati” dentro il sistema.

Studios, piattaforme e startup: la nuova geografia dell’AI a Hollywood

Il ruolo più ingombrante resta quello di OpenAI. Sam Altman, dopo il lancio di ChatGPT nell’autunno 2022, è diventato la faccia pubblica dell’AI. Fidji Simo, CEO of applications ed ex dirigente Facebook, immagina strumenti e forme di entertainment AI-native nel prossimo decennio. Nel testo di THR pesa però il caso Disney: la partnership tra Disney e Sora, descritta come generatore text-to-video, aveva provocato proteste nel settore. Poi, il 24 marzo, Altman avrebbe interrotto Sora e Disney avrebbe ritirato l’investimento azionario da 1 miliardo di dollari. Intanto Altman sarà anche personaggio del film Artificial di Luca Guadagnino.

Josh D’Amaro, indicato come incoming CEO Disney, resta favorevole all’integrazione dell’AI. Dopo il ritiro dall’accordo OpenAI, Disney ha comunque organizzato un summit interno sull’uso dell’AI nei reparti. Bob Iger ha collegato l’apertura di D’Amaro verso la tecnologia alla sua scelta come successore.

Amazon lavora su due linee. Albert Cheng, ex responsabile Prime Video U.S. e ora AI chief, e Girish Bajaj, VP technology di Prime Video e Amazon MGM Studios, stanno portando strumenti AI ai filmmaker. Il creatore di House of David, Jon Erwin, ha lodato l’uso di strumenti per ricostruzioni storiche rapide e meno costose. Cheng guida anche un beta test con filmmaker non dichiarati, con risultati attesi a maggio. Bajaj lavora su funzioni per il pubblico: dialogue boosting e recap personalizzati episodio per episodio.

A Paramount, dopo l’acquisizione guidata da David Ellison, l’AI passa anche dalle nomine: Dane Glasgow, ex Meta e fondatore di startup machine-learning fintech, e Phil Wiser, CTO già passato da Sony, Hearst e CBS. Wiser ha citato l’uso dell’AI per script coverage: centinaia o migliaia di sceneggiature da riassumere e analizzare.

Lionsgate ha scelto Kathleen Grace come prima chief AI officer, dopo esperienze a YouTube e Vermillio. Il suo compito: aiutare filmmaker, showrunner e team social. Grace ammette la pressione sull’efficienza, ma la presenta come spazio per strumenti migliori nelle prime fasi creative.

Sul lato startup, Cristóbal Valenzuela di Runway AI ha accordi ufficiali con Lionsgate e Harmony Korine, oltre a festival e summit per creativi. Alla domanda su cosa l’AI non possa fare accettabilmente nel cinema, risponde: “None”. Amit Jain di Luma AI, sostenuta da un finanziamento da 900 milioni di dollari ancorato al governo saudita, dice che l’AI non dovrebbe ricevere crediti come Microsoft Word non viene accreditato per una sceneggiatura. Edward Saatchi di Fable spinge Showrunner e immagina entertainment umano, AI-led e ibrido divisi in tre quote. Nikola Todorovic, cofondatore di Wonder Dynamics con Tye Sheridan, ha venduto la società ad Autodesk nel 2024 dopo aver automatizzato mocap e camera tracking.

Nel campo creator pesano Neal Mohan di YouTube, che nel 2026 vuole colpire l’AI slop e proteggere likeness e copyright; Lucy Guo, cofondatrice di Scale AI e fondatrice di Passes; Alexandr Wang, ora chief AI officer di Meta dopo l’investimento da 25 miliardi in Scale AI; Mira Lane di Google, sostenitrice di Ancestra; Zack “Gossip Goblin” London, oltre 1 milione di follower Instagram con corti AI; e Matt Stone e Trey Parker, che con Deep Voodoo lavorano da sei anni su modelli bespoke, usati anche per video di Kendrick Lamar e per il Bill Clinton ringiovanito in Ted.

Tricia Biggio, cofondatrice e CEO di Invisible Universe, studio di animazione già dietro Qai Qai, il personaggio social nato dalla bambola della figlia di Serena Williams e poi trasformato in fenomeno multipiattaforma. Biggio arriva da MGM e Snap, quindi conosce bene il punto in cui intrattenimento, social, brand e pubblico infantile/commerciale si toccano. Oggi porta quell’esperienza dentro l’AI, puntando su contenuti animati più rapidi, scalabili e legati al linguaggio mobile e microdrama.

Tristan Harris e Aza Raskin, cofondatori del Center for Humane Technology. Non arrivano dagli studios, ma dalla tecnologia che ha già cambiato il comportamento degli utenti: Harris è stato design ethicist di Google, Raskin è imprenditore, co-conduttore del podcast Your Undivided Attention e cofondatore dell’Earth Species Project, dedicato alla traduzione della comunicazione animale. Il loro ruolo nella lista è chiaro: rappresentano il fronte critico interno alla Silicon Valley, quello che conosce i meccanismi della dipendenza digitale e avverte Hollywood sul rischio di consegnare attenzione, immaginario e consumo audiovisivo a sistemi automatici.

Amar Subramanya, il nuovo vicepresidente AI di Apple, arrivato da Google e Microsoft per sostituire John Giannandrea. Il suo peso riguarda Hollywood perché Apple non è solo hardware: è iPhone, Mac, Apple TV, App Store e Apple Studios. Se l’AI entrerà davvero nei suoi dispositivi e servizi, arriverà direttamente nelle mani di filmmaker, creator e spettatori. Meno rumore da startup, più integrazione silenziosa dentro strumenti già indispensabili.

Kevin Reilly, oggi CEO di Kartel AI, non è un volto nato nella Silicon Valley ma un dirigente televisivo che ha guidato l’entertainment di NBC, Fox e HBO Max. Reilly si propone come figura di raccordo per aiutare le aziende media tradizionali a entrare nell’AI senza fingere che il cambiamento non stia già avvenendo. Secondo la sua previsione i contenuti di volume, streaming, versioni localizzate, advertising, promo, diventeranno AI-led prima di quanto l’industria sia disposta ad ammettere. Reilly avverte anche il rischio della “commoditization of mediocrity at scale”: mediocrità prodotta in massa, più veloce, più economica, più indistinguibile. E mentre Il cinema prestige resterà più governato dagli esseri umani perché il pubblico continuerà a pagare di più per quello, il resto rischia di diventare terreno perfetto per automazione, efficienza e contenuti industriali generati a catena.

Sì, gli assenti ci sono, e sono davvero eccellenti.

L’articolo di The Hollywood Reporter costruisce una lista di “persone” che stanno modellando l’AI a Hollywood, ma sceglie soprattutto fondatori, CEO, registi-simbolo e attivisti visibili. Restano fuori diversi snodi reali del potere: sindacati, agenti, infrastrutture, grandi piattaforme operative e casi-simbolo.

Tyler Perry è probabilmente l’assente più clamoroso. Nel 2024 Perry mise in pausa una espansione da 800 milioni di dollari del suo studio di Atlanta dopo aver visto le capacità di Sora di OpenAI. L’espansione avrebbe aggiunto 12 soundstage alla proprietà da 330 acri. È uno dei pochi casi in cui l’AI non ha prodotto solo dibattito, ma ha bloccato un investimento fisico enorme nell’industria. Perché manca? Probabilmente perché Perry, in questa fase, è più un caso di reazione industriale che un costruttore di strumenti AI. Però la sua assenza si sente: se parli di AI e lavoro fisico a Hollywood, set, maestranze, costruzioni, comparse, editor, VFX, Perry è un nome obbligato.

Tra gli assenti più significativi c’è Christopher Nolan, non perché sia un profeta dell’AI, ma per il motivo opposto: oggi è uno dei nomi più forti del cinema “umano”, fisico, teatrale, e dal 2025 è anche presidente della Directors Guild of America. La DGA ricorda che Nolan è membro dal 2001, siede nel National Board dal 2015 e presiede sia il Theatrical Creative Rights Committee sia l’Artificial Intelligence Committee del sindacato. Perchè manca? Perché Nolan non incarna certo l’entusiasmo per la macchina, anzi, incarna il confine oltre il quale la regia non accetta di diventare una funzione del software. Ed è proprio per questo che la sua assenza è strategica.

Ted Sarandos (Netflix) nel 2025 ha dichiarato che la serie argentina El Eternauta ha usato generative AI per una scena di crollo di un edificio, completata, secondo lui, 10 volte più velocemente rispetto agli effetti visivi tradizionali e a costo inferiore. Perché manca?
Perché THR usa Affleck come “volto narrativo” del rapporto Netflix-AI: l’attore scettico in pubblico, imprenditore AI in privato. Ma dal punto di vista industriale, Netflix meritava un posto autonomo. È la piattaforma che può normalizzare l’AI nei flussi produttivi molto più rapidamente di molte startup.

Fran Drescher, Duncan Crabtree-Ireland e SAG-AFTRA: l’articolo include Justine Bateman e la Creators Coalition on AI, ma lascia fuori il sindacato degli attori come soggetto diretto. È una mancanza seria. L’AI è stata uno dei temi centrali dello sciopero SAG-AFTRA del 2023, soprattutto sul tema delle repliche digitali, della scansione dei performer e del controllo sulla likeness. Nel 2024 SAG-AFTRA ha anche sostenuto accordi e battaglie legislative sul consenso per l’uso di voce e immagine; in California sono state firmate norme per limitare i cloni digitali degli attori. Perché manca? Perché la lista privilegia figure “creative” o corporate, non i negoziatori. Ma è un errore di prospettiva: le regole reali sull’AI a Hollywood passeranno dai contratti sindacali, non solo dai festival, dalle startup o dai board aziendali.

Meredith Stiehm, Ellen Stutzman, WGA / leadership degli sceneggiatori: e anche qui: assenza molto pesante. La Writers Guild of America ha ottenuto nel contratto 2023 protezioni specifiche sull’AI: le aziende devono dichiarare se consegnano materiale generato da AI agli sceneggiatori; uno scrittore può usare AI solo con consenso della compagnia; una compagnia non può obbligarlo a usare strumenti come ChatGPT. Perché manca? Perché THR ha scelto nomi più riconoscibili, come Daniel Kwan, Joseph Gordon-Levitt e Natasha Lyonne. Però la WGA è il punto dove la questione diventa concreta: credito, compenso, materiale sorgente, diritto d’autore, training dei modelli.

Jensen Huang (Nvidia): assenza meno hollywoodiana, ma enorme. Tutta l’AI generativa gira anche su infrastrutture hardware: GPU, data center, calcolo. Jensen Huang non è un produttore, non dirige uno studio, non fa film; però Nvidia è una delle aziende che rendono materialmente possibile l’accelerazione AI. Nel keynote CES 2025 Huang ha parlato del passaggio da AI percettiva e generativa a “physical AI” capace di ragionare, pianificare e agire. Perché manca? Perché nella lista di THR non conta chi costruisce il motore, ma chi guida la macchina.

David Wadhwani (Adobe): altro assente tecnico-industriale importante. Adobe è già dentro i flussi reali di montaggio, grafica, postproduzione, marketing e design. Firefly è presentato da Adobe come modello generativo per creativi, con Content Credentials integrate per indicare quando un contenuto è stato generato o modificato con AI. Perché manca? Perché l’articolo preferisce startup più “sexy” come Runway, Luma, Fable, Wonder Dynamics. Ma Adobe è più decisiva proprio perché è già installata nei computer dei professionisti. L’AI lì non arriva come rivoluzione annunciata: arriva come pulsante dentro il software che usi ogni giorno.

Scarlett Johansson: non come imprenditrice AI, ma come caso-politico. La disputa con OpenAI sulla voce “Sky”, giudicata molto simile alla sua dopo che Johansson aveva rifiutato di prestare la propria voce, è uno degli episodi più simbolici sul tema consenso, voce, immagine e potere delle aziende AI. OpenAI ha poi sospeso quella voce. Perché manca? Perché la lista guarda a chi “costruisce” l’AI a Hollywood. Però Johansson rappresenta l’altro lato: la star come corpo da proteggere, voce da difendere, identità da non concedere gratis. In un pezzo sull’AI hollywoodiana, è un’assenza rumorosa.

Bryan Lourd (CAA), Ari Emanuel (WME) e le grandi agenzie: THR parla di studi, streamer, creator e startup, ma quasi non entra nel potere delle agenzie. Eppure CAA ha stretto una partnership con YouTube per aiutare attori, atleti e talent a individuare e rimuovere deepfake AI. YouTube ha poi esteso strumenti di likeness detection che funzionano in modo simile a Content ID: cercano contenuti generati con la somiglianza del partecipante e permettono di richiederne la rimozione. Perché mancano? Perché sono nomi meno narrativi di Altman, Cameron o Affleck. Ma le agenzie controlleranno una parte decisiva della partita: licenze di volto, voce, avatar, archivi digitali, contratti per repliche sintetiche.

Bob Iger: ok, l’articolo cita Iger, ma non lo inserisce davvero nella lista. Mette al centro Josh D’Amaro. È comprensibile se la logica è guardare al futuro Disney. Però Iger è stato il manager che ha guidato Disney nella fase in cui AI, IP, streaming e protezione dei personaggi sono diventati un unico problema industriale. Il fatto che THR scelga D’Amaro indica una cosa precisa: vuole raccontare chi erediterà l’integrazione AI, non chi ha governato l’epoca precedente. Perché manca? È un’assenza “strategica”, non una dimenticanza. THR sta spostando il fuoco sul dopo-Iger.

Lynette Howell Taylor (The Academy / AMPAS): l’istituzione che decide cosa viene premiato come cinema. Proprio in queste ore l’Academy ha stabilito che, dalle regole per la cerimonia 2027, solo esseri umani saranno eleggibili agli Oscar nelle categorie recitazione e scrittura; i filmmaker possono usare strumenti AI, ma attori sintetici e sceneggiature generate da AI non sono eleggibili come autori o performer. Perché manca? Perché l’articolo guarda più alla produzione che alla legittimazione culturale. Ma gli Oscar contano: possono stabilire cosa l’industria accetta come lavoro artistico riconoscibile.

Matthew Loeb, presidente di IATSE, rappresenta le maestranze: elettricisti, costumisti, tecnici, montatori, reparti che rischiano di vedere l’AI entrare nelle mansioni prima ancora che nei titoli di testa. Mike Rianda e The Animation Guild portano invece il tema nel campo più esposto: l’animazione, dove concept, storyboard, background e asset visivi possono essere automatizzati con una velocità che fa paura. Charles Rivkin, alla guida della Motion Picture Association, è il volto del copyright industriale: cataloghi, franchise, personaggi, archivi, IP da proteggere mentre i modelli imparano proprio da quell’immaginario. Shira Perlmutter, dello U.S. Copyright Office, pesa perché può incidere su cosa sia davvero proteggibile quando un’opera nasce con l’AI: volto, voce, immagine, testo, contributo umano.

Mati Staniszewski di ElevenLabs sposta la questione sulla voce, tra doppiaggio, localizzazione e licenze vocali di attori vivi o morti. Scott Mann di Flawless porta il tema sul terreno pratico del doppiaggio visivo e della sincronizzazione labiale AI, cioè sulla possibilità di far parlare un attore in qualunque lingua senza rifare la performance. Tom Graham di Metaphysic rappresenta la likeness come proprietà industriale: il volto digitale che può essere registrato, autorizzato, venduto, usato. E David Ellison, più citato che davvero messo al centro, è il proprietario che porta dentro Paramount una cultura più vicina a software, dati e ottimizzazione che al vecchio studio system. Perché mancano? Perché non sono tutti “personaggi da poster” dell’AI creativa, ma tasselli di una nuova infrastruttura.

Jamie Salter, fondatore, chairman e CEO di Authentic Brands Group, la società che ha costruito un impero comprando e rilanciando marchi, cataloghi e likeness di celebrità. Il nome dietro il progetto Digital Marilyn, sviluppato con Soul Machines e presentato al SXSW 2024, che ha capito prima di molti che le icone morte potevano diventare asset vivi, riutilizzabili, rivendibili, aggiornabili. Perchè manca? Perché Salter mostra la parte che Hollywood preferisce non illuminare ancora: il tesoretto di likeness che possiede, che ora potranno essere riesumate, licenziate, animate e rimesse sul mercato come se la morte fosse solo una pausa contrattuale.

David Holz (Midjourney): se c’è Runway, Luma e Stability, può mancare il fondatore di Midjourney? Disney e Universal hanno fatto causa alla società nel 2025 per presunta violazione di copyright legata a personaggi protetti; Warner Bros. Discovery ha poi intentato una causa separata su personaggi come Superman, Batman, Wonder Woman, Scooby-Doo e Bugs Bunny. Perchè manca? Perchè Midjourney è una delle aziende che ha reso l’immaginario generativo AI mainstream, prima di Hollywood. 

La lista fotografa i protagonisti, gli assenti il vero prezzo.

Alla fine, “The AI 25” dice molto su chi oggi vuole intestarsi il futuro di Hollywood.

Ma le sue omissioni dicono forse di più: fuori restano quelli che non fanno scena, ma fanno regole, contratti, infrastrutture, diritti, cause legali e piattaforme. Restano fuori i luoghi dove il potere dell’AI si sta davvero formando. Restano fuori i veri pionieri.

Per un secolo il cinema americano ha funzionato così: studios, capitali, star, agenzie, distribuzione, premi, controllo dell’immaginario. L’AI promette, o minaccia, una catena diversa: modelli, dati, GPU, piattaforme globali, creator, licenze, repliche digitali, contenuti generati ovunque.

E allora “The AI 25” funziona perfettamente. Non come lista dei nuovi padroni del futuro, ma come documento di un sistema che continua a guardarsi allo specchio mentre il centro di gravità si sposta altrove. Hollywood pensa ancora di poter decidere chi entrerà nell’era dell’AI, di decidere cosa può essere usato, chi deve essere pagato, quale volto può essere copiato e quale lavoro può sparire senza rumore.

Il problema è che l’AI è entrata nel cinema senza chiedere permesso a Hollywood.

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